ITALPIZZA: PER OGNI PIZZA 11 CENTESIMI DA COMPRIMERE SULLA PELLE DEI LAVORATORI PER INCREMENTARE I PROFITTI

L’Italpizza in dieci anni ha incrementato il fatturato da 33.399.415 a 126.281.184 euro, un incremento del fatturato del + 278%; l’utile netto, nello stesso periodo temporale, da 2.218.891 a 7.256.156 euro, un incremento del 227%; mentre l’EBTA da 4.393.657 a 9.011.880 euro, un incremento del 105%.

Numeri estremamente performanti che pongono l’azienda con dei rating economici fra i più alti del settore; con rischi di cessazione minimi e un indebitamento nella media del settore. Una situazione economica che ha permesso di distribuire, alle società a responsabilità limitata, che controllano Italpizza, di staccare dividendi per oltre 35 milioni in cinque anni.

Numeri cresciuti con un’occupazione diretta che diminuisce: nei dieci anni presi in considerazione, passa da 110 dipendenti dell’anno 2008 ai 101 del 2018. Mentre non siamo in grado di determinare l’andamento dell’occupazione delle cooperative che hanno in appalto il ciclo produttivo (Cofamo ed Evologica) che, ad oggi, dovrebbero ammontare a circa 900 soci lavoratori.

Dall’anno 2003, se un lavoratore è riuscito a resistere sino ad oggi, ha percorso il seguente calvario occupazionale: in appalto con la cooperativa CMS, poi somministrato a tempo determinato dalla Synergie Italia, poi assunto a tempo determinato in Italpizza, per poi essere di nuovo appaltato alle cooperative Vega, Cofamo, Logifood, Logicamente o Evologica e poi di nuovo in Cofamo

Appalti che, a nostro giudizio nei primi anni del decennio scorso, presentavano forti elementi di dubbia legittimità, in quanto i lavoratori avrebbero utilizzato strumenti e mezzi forniti dall’azienda, lavoravano sulle linee di produzione insieme ai lavoratori diretti rispettando gli stessi orari di lavoro e ricevendo ordini dai dirigenti e responsabili dell’Italpizza.

Le cooperative, di fatto, sembravano gestire amministrativamente il rapporto di lavoro, provvedendo all’accertamento ed alla corresponsione dei compensi spettanti ai lavoratori, nonché all’accertamento ed al pagamento dei conseguenti oneri contributivi e previdenziali, mentre Italpizza organizzava e gestiva la prestazione lavorativa dei lavoratori e delle lavoratrici. Un’organizzazione del lavoro che sembrava avere le caratteristiche di un appalto non genuino, quindi una possibile somministrazione illegale di manodopera.

La Flai Cgil cercò invano il confronto sindacale di trovare soluzioni contrattuali per risolvere quello che a noi sembrava una somministrazione irregolare di manodopera; inviammo anche segnalazioni all’Ispettorato del Lavoro, al Prefetto e al Ministero dello Sviluppo economico, così come segnalammo la discutibile organizzazione del lavoro anche a COOP Italia perché, Italpizza, in quanto fornitore di pizze surgelate a marchio “COOP”, deve rispettarne i principi etici previsti dalla certificazione internazionale SA8000.

Tutte segnalazioni che non hanno prodotto miglioramenti nelle condizioni di lavoro, mentre l’azienda, per giungere ai giorni d’oggi, per evitare promiscuità fra dipendenti diretti e indiretti, ha appaltato tutta la produzione di pizze surgelate, comprese le attività di logistica; contemporaneamente si è fatta certificare l’appalto dalla Fondazione Biagi nell’anno 2015. Una certificazione che certifica il modello, ma non la sua esecuzione, come riportato nel contratto di certificazione.

Mentre si certifica l’appalto, con una minuziosa e scientifica descrizione delle attività lavorative, nessuna valutazione è stata fatta sul contratto nazionale di lavoro d’applicare ai dipendenti delle cooperative appaltatrici. Ed è proprio sul contratto d’applicare che si sta scatenando la giusta protesta di questi giorni in quanto chi produce pizze surgelate dovrebbe essere inquadrato nel contratto dell’industria alimentare, mentre i lavoratori delle cooperative appaltatrici in Italpizza hanno invece il contratto del “multiservizi”, cioè degli addetti alle pulizie.

Anche in questo caso, i numeri, possono darci qualche elemento in più: il costo del lavoro medio dei dipendenti diretti Italpizza è di 27 euro/ora, mentre quello delle cooperative appaltatrici, nel 2016, non superava mediamente i 14 euro. I valori sul costo del lavoro delle imprese appaltatrici sono ricavati dalla lettura dei bilanci economici e sembrerebbero essere abbondantemente sotto al costo del lavoro medio nel settore dell’industria alimentare nazionale (22 euro) il 48% in meno, se confrontato con quello dei dipendenti diretti dell’Italpizza.

Un abbattimento del costo del lavoro che va oltre a quello che notiamo nel sistema degli appalti negli impianti di macellazione, che si aggira mediamente intorno ad un – 40%. Un abbattimento del costo del lavoro, svolto tramite appalti che si succedono all’infinito, nel caso dell’Italpizza da qualche anno certificati, che possono anche generare concorrenza sleale come stiamo denunciando e segnalando da oltre 18 anni!

Se cerchiamo di avventurarci nell’analisi dei costi di produzione, senza eventuali costi pubblicitari, una pizza margherita surgelata potrebbe costare 1,40 euro, compresi i costi di traposto, stoccaggio, energia, acqua e ammortamenti. Il costo riconducibile alla sola forza lavoro, per ogni pizza surgelata, considerando l’applicazione del contratto dell’industria alimentare, dovrebbe essere di 0.11 euro, con un’incidenza del 7,9% sul totale dei costi di produzione. Con l’applicazione del contratto del pulimento e con i ritmi e le turnazioni di lavoro a cui sono sottoposti i lavoratori quell’importo di 11 centesimi, ovviamente, diminuisce.

Se la stessa pizza surgelata la comprassimo in un supermercato della COOP, con lo stesso marchio del supermercato, la pagheremmo 1,47 euro. Quindi 7 centesimi di marginalità, su cui ci dovrebbero guadagnare COOP ed Italpizza.

Appare ancora evidente il ruolo della Grande Distribuzione nel determinare le marginalità all’interno della filiera agroalimentare, così come sembra evidente che Italpizza cerca di ridurre il costo del lavoro per recuperare qualche centesimo di marginalità, ma che comunque diventano milioni di euro d’incremento di fatturato e di utili, come possiamo leggere dai bilanci economici.

Sicuramente la vertenza condotta dai Si Cobas in questi giorni può essere criticata per il metodo che stanno adottando, attraverso il blocco degli accessi e il rallentamento del traffico, esponendo i lavoratori a pesanti pene detentive, come recentemente introdotte dal Decreto “Sicurezza”, ma parte da una situazione di sofferenza e di ingiustizia che quelle lavoratrici e quei lavoratori in appalto stanno vivendo da troppi anni, che anche la Flai Cgil ha denunciato invano a tutte le istituzioni ed anche a COOP.

È bene che chi ha il potere politico in questo territorio, ma anche a livello nazionale, compreso chi rappresenta queste imprese, intervenga il prima possibile sul tema degli appalti di manodopera perché la situazione, in tutti i settori produttivi, sta per esplodere e qualcuno potrebbe seriamente farsi male!

Ormai non sono più sufficienti i Testi Unici, protocolli, osservatori, tavoli di confronto, tavoli di analisi e studio, ma ci vogliono fatti ed atti per contrastare questi fenomeni di nuovo caporalato che si nascondono negli appalti.

Forse qualcuno sta aspettando che la situazione precipiti in una vicenda di ordine pubblico, così si potrà continuare indisturbato a guadagnare i risicati centesimi su ogni pizza surgelata o prosciutto, per incrementare i fatturati e a far girare un pezzettino di economia e per rendere più competitivo il territorio con questa organizzazione del lavoro?

Un’impresa ha il sacrosanto diritto di fare profitti, ma ci sono limiti che non bisognerebbe superare e, nel caso dell’Italpizza, i numeri sembrano dimostrare che quei limiti si sono abbondantemente superati.

In Italia, come in Emilia Romagna, ci sono altre imprese che producono pizze surgelate, che stanno sul mercato, applicando regolarmente i contratti di lavoro e, come nel caso di Valpizza, concordando soluzioni contrattuali per superare il sistema degli appalti di manodopera.

Lo continuiamo a ribadire: un’organizzazione del lavoro che si basa su girandole infinite di appalti e sub appalti, come sono presenti nel territorio modenese, regionale e nazionale nel settore agroalimentare oltre a sfruttare i lavoratori e creare tensione sociale, crea anche concorrenza sleale fra le imprese.

Ps: Se l’Italpizza e COOP hanno qualcosa da ribattere sui numeri e le affermazioni che ho riportato possono replicare, i loro contributi verranno pubblicati nel più breve tempo possibile

Umberto Franciosi

Segretario Generale Flai Cgil Emilia Romagna

A questo indirizzo l’aggiornamento della vertenza Italpizza. In quest’altro indirizzo un pò di storia della vertenza Italpizza

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