IL CAOS E LA TENSIONE NELLA FILIERA DELLE CARNI SI RISOLVE SE SI RICONOSCE IL VERO PROBLEMA: LE DIFFUSE ILLEGALITA’ NEGLI APPALTI

Ripropongo, in questa pagina, un articolo che ho scritto quasi tre anni fa che rimane ancora, purtroppo, attualissimo anche in relazione alla vertenza Italpizza

La filiera della macellazione e trasformazione delle carni, in tutto il territorio nazionale, ha sicuramente un problema di tipo competitivo che è causato dal basso prezzo della materia prima importata dall’Unione Europea, ma anche da una forte concorrenza sleale che sta dilagando fra le imprese del settore, compresi molti salumifici.

Una concorrenza sleale effettuata tramite discutibili (anche illegali) appalti e sub appalti a consorzi, false cooperative e a improvvisate SRL. Imprese che nascono come i funghi e si dissolvono appena c’è un accertamento o un’ispezione di qualche ente, oppure per frodare lo Stato (cioè tutti noi), con i repentini cambi di appalto, anche per ottenere sgravi contributivi (ad es. mobilità o Jobs Act).

Un sistema, quello degli appalti del processo produttivo, che è vietato dal contratto nazionale di lavoro dell’industria alimentare e, in tanti casi, anche dalle leggi della nostra Repubblica. Spesso, le false cooperative che lavorano in appalto, certificano, nei loro bilanci, un costo del lavoro medio inferiore del 40 o 50%, rispetto a quello che deve sostenuto delle imprese committenti per i loro dipendenti.

Quel costo del lavoro, però, non rispetta i minimi contrattuali del settore e le tariffe ministeriali per le attività di facchinaggio, lo abbiamo dichiarato in tutte le sedi, denunciato pubblicamente e alle competenti istituzioni: Ispettorato del Lavoro, Guardia di Finanza, INPS, parlamentari e Ministri della Repubblica.

Questo abbassamento del costo del lavoro si ripercuote, materialmente, nelle buste paga dei lavoratori, in evasioni fiscali e contributive, aumento dei ritmi e delle velocità di lavoro, illegalità e sfruttamenti sempre più diffusi, fino a palesi casi d’intermediazione illegale di manodopera che da anni ho definito “nuovo e moderno caporalato”.

Appena queste illegalità vengono alla luce, perché scoperte dagli enti ispettivi, o perché i lavoratori coinvolti protestano o si ribellano, arriva, puntuale come un orologio, il cambio di appalto: nasce o si ricicla un’altra falsa cooperativa che sostituisce la precedente. Oppure si lasciano a casa i “rompicoglioni” o i più sindacalizzati, si tempestano di contestazioni disciplinari i lavoratori che hanno partecipato agli scioperi, si licenziano i rappresentanti sindacali o si denunciano anche i dirigenti della Cgil.

Le imprese committenti che subiscono questa concorrenza sleale, che rifiutano di appaltare con le modalità che ho precedentemente descritto, non possono più reggere una concorrenza così sfrenata. Per questi motivi è da anni, troppi anni, che denunciamo che il nostro settore sta rischiando, a Modena come in tutto il Paese. Da ricordare la piattaforma unitaria di Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil inviata alle associazioni imprenditoriali e alle istituzioni, completamente ignorata.

Quando la differenza competitiva la fa l’illegalità rischiamo tutti! Rischiano le imprese, i lavoratori, ma anche la qualità dei prodotti. La qualità delle produzioni, la sicurezza alimentare si tutelano se c’è il rispetto delle regole, cioè se c’è legalità!

Le imprese e le loro associazioni non isolano chi non rispetta le leggi; noi continuiamo a contrastare e denunciare gli illeciti, ma le condizioni di chi lavora nel settore continuano a peggiorare e la tensione continua a crescere.

Ed è su questo punto che dovremmo riflettere tutti: sulla tensione sociale che sta crescendo fra i lavoratori coinvolti negli appalti che, per primi, stanno subendo pesantemente gli effetti di questa concorrenza sleale fra le imprese.

Ci sono stati e, temo, ci potranno essere altri momenti di forte tensione, come sono accaduti sul territorio modenese con le vertenze CastelfrigoAlcar e Globalcarni, anche nei prossimi mesi, se le Istituzioni dello Stato non intervengono celermente per ripristinare un sistema di concorrenza leale.

Premetto che non voglio giustificare nessun ricorso alla violenza da parte di chi protesta. Vorrei però che tutti cercassimo di comprendere lo stato d’animo in cui si trovano questi lavoratori, che in Emilia Romagna sono oltre 2.000 e in Italia oltre 10.000, dei quali moltissimi immigrati, coinvolti in quel genere di appalti. Molti di questi lavoratori hanno già subito cinque o sei cambi di appalto negli ultimi dieci anni, sempre con false cooperative; visto peggiorare le condizioni contrattuali e di salute; ridotti i propri diritti; non versati i contributi previdenziali; ricevuto accertamenti fiscali, come sta avvenendo nel modenese per le modalità di pagamento a cui erano sottoposti nel passato (ingiunzioni di pagamento di oltre 4.000 euro a testa per un solo anno) e, se gli viene anche comunicato che ci saranno riduzioni di personale, qualcuno non è sempre nelle condizioni di condurre una “moderata” protesta.

Oltre a questo, se lo stesso lavoratore, si vede la polizia, in assetto antisommossa con il manganello in mano, ovviamente a svolgere il proprio dovere, su ordini che gli vengono impartiti per “mantenere l’ordine pubblico”, quando per anni lo stesso “ordine” non è stato presente all’interno di quelle aziende, per quanto concerne il “diritto del lavoro e il rispetto delle leggi”, si può avere la sensazione di non essere più in uno Stato di diritto. Quanto ho appena affermato è confermato, ad esempio, dagli accertamenti svolti della Guardia di Finanza di Modena, negli anni 2014 e 2015, ma tanti altri, in altre zone d’Italia, ne sono stati fatti con i medesimi risultati.

Vorrei continuare a credere nello Stato di diritto; dovremmo continuare a batterci per far sì che il nostro settore e il nostro territorio possa produrre e prosperare nel rispetto delle regole e dei diritti, come ha sempre fatto nella sua storia, ma per farlo abbiamo bisogno di aggredire subito il principale problema: le diffuse illegalità presenti negli appalti!

La Flai Cgil dell’Emilia Romagna continuerà a proporre, ricercare e sostenere una soluzione contrattuale che deve partire dal rispetto della legalità, che deve interessare tutti i soggetti del settore. Per condividere una soluzione, però, bisognerebbe partire da un minimo di consapevolezza da parte di tutti: Istituzioni, lavoratori, imprenditori e le loro associazioni di rappresentanza. Ho, purtroppo, la certezza che questa consapevolezza non sia ampiamente diffusa e condivisa, in particolare dalle associazioni che rappresentano le imprese.

Ogni difficoltà, anche quelle che sembrano le più cruente, possono rappresentare un’opportunità per trovare soluzioni se tutti abbiamo la stessa lettura del contesto in cui ci troviamo. Tutto dipende da noi, da come sapremo comprendere le ragioni di difficoltà degli imprenditori che rispettano le regole e le leggi, ma anche di chi oggi protesta perché, quelle regole e quelle leggi non le ha mai viste applicate e rispettate.

La Flai Cgil c’è, continueremo ad insistere per trovare le necessarie soluzioni contrattuali che consentano di superare questo delicatissimo momento; continueremo a chiedere alle imprese che vogliono competere regolarmente di far sentire, insieme a noi, la loro voce e continueremo a sostenere le ragioni di chi viene sfruttato nel “gioco dell’oca” degli appalti.

La Flai Cgil continuerà a sostenere le ragioni dei lavoratori degli appalti perché, le loro rivendicazioni di giusto salario, di diritti contrattuali e di rispetto della dignità, interessa direttamente tutti i lavoratori del settore, anche quelli che (per oggi!) non sono (o pensano di non essere) coinvolti negli appalti.

Umberto Franciosi

Segretario Generale della Flai Cgil Emilia Romagna

Questa voce è stata pubblicata in Il "sistema del nuovo caporalato" e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *