LE TREDICI DOMANDE SU COSA SONO LE FALSE COOPERATIVE E LE SRL “FARLOCCHE”, PERCHE’ ESISTONO E PERCHE’ NON SI CONTRASTANO

Come si riconosce una falsa cooperativa?

I criteri per riconoscere una “falsa cooperativa” sono vari, i più importanti sono i seguenti: rispetto dell’art. 45 della Costituzione della nostra Repubblica; verifica della presenza della partecipazione democratica; verifica dei requisiti previsti dal codice civile per quanto concerne l’autonomia imprenditoriale.

L’Articolo 45 della Costituzione prevede che: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”.

Nelle false cooperative, tecnicamente definite “cooperative spurie”, vengono completamente disattesi i principi fissati nell’articolo 45 della nostra Carta perché la mutualità è inesistente ed è presente la più spudorata e palese speculazione privata per favorire il sistema in cui le false cooperative sono inserite, cioè gli appalti ed i sub appalti di manodopera. Speculazione privata esercitata calpestando norme e principii costituzionali, come vedremo in seguito.

Nelle pseudo cooperative non esiste la partecipazione democratica, perché pochissime sono quelle cooperative che fanno almeno un’assemblea all’anno per votare il bilancio economico. All’atto della costituzione della falsa cooperativa, almeno tre soci fondatori di facciata o “prestanomi”, eleggono, o fanno finta di elggere, il consiglio d’amministrazione, il presidente o l’amministratore unico, cioè altri prestanomi. Soci fondatori che, spesso, dalle ricerche svolte attraverso visure camerali, hanno una vera “passione” per le cooperative, tanto da poter essere definiti campioni della “cooperazione”. Campioni dell’imprenditoria e della cooperazione che, con i loro parenti, conviventi e amici fidati possono dar vita ad altre decine e decine di false cooperative o Srls (Società a Responsabilità Limitata Semplificate) cioè “Srl farlocche”.

Cosa c’è oltre la falsa cooperativa o la Srl “farlocca”?

Oltre alle cooperative o alle Srl farlocche si creano anche consorzi d’impresa che hanno lo scopo di gestire direttamene l’appalto con il committente, interponendosi fra lo stesso committente e la falsa cooperativa o Srl appaltatrice. Un sistema di appalti e sub appalti che hanno la sola finalità di diluire la responsabilità, per quanto riguarda lo sfruttamento dei lavoratori, e generare ingenti evasioni fiscali e contributive che si celano dietro a questo sistema.

Non esiste un’autonomia imprenditoriale, come previsto dall’articolo 1655 del Codice Civile, perché queste imprese, spesso, non hanno autonomia organizzativa negli appalti in cui operano e si comportano come dei meri somministratori di manodopera. È inesistente il rischio d’impresa, in quanto manca una vera sede legale e i macchinari utilizzati spesso sono presi in affitto (simbolico) dal committente.

Queste imprese, false cooperative o Srl farlocche, spesso mettono a disposizione manodopera senza un minimo di struttura imprenditoriale, cioè senza un minimo di struttura organizzativa come hanno tutte le imprese, cioè mezzi, uffici, impiegati, responsabili, tecnici per la sicurezza o per le certificazioni ecc. Queste imprese hanno la sede legale presso l’abitazione del loro presidente prestanome o presso veri e propri cooperatifici, cioè luoghi in cui, “casualmente”, alberga anche qualche “colletto bianco”.

Infine, sempre dietro un’attenta regia dei “colletti bianchi”, queste pseudo imprese cambiano nome ogni due o tre anni, per sfuggire ai controlli fiscali che potrebbero esserci, ma anche in seguito a qualche verifica da parte dell’Ispettorato del Lavoro o della Guardia di Finanza.

Quali sono le dimensioni del fenomeno e quali sono i settori maggiormente esposti?

Il fenomeno è difficile da misurare se non con stime effettuate, grazie al nostro insediamento sindacale, all’interno delle aziende o direttamente consultando le banche dati delle Camere di Commercio presenti in ogni provincia.

Dal nostro osservatorio, in Emilia-Romagna, su quasi 50.000 lavoratori addetti nell’industria alimentare, ce ne sono almeno altri 10.000 occupati in false cooperative o Srl farlocche. Solo a Modena, per quanto riguarda la lavorazione, macellazione e trasformazione delle carni sono 5.000 i lavoratori occupati, ed altri 1.400 in false imprese appaltatrici. Solo nel territorio modenese abbiamo contato un centinaio di false cooperative iscritte alla Camera di Commercio.

Il fenomeno è esplosivo ed interessa tutti i settori: dall’agricoltura fino ai macelli, passando per ospedali, scuole e istituzioni pubbliche. Non c’è nessun settore che si possa ritenere immune da questo fenomeno! Fenomeno che in molti settori è “invisibile” perché riguarda attività lavorative pesanti, faticose, sporche e poco gratificanti, ma che in alcune filiere sta per esplodere con tensioni sociali pericolose: come nella logistica, ma anche nella macellazione e lavorazione delle carni.

Ascoltando le testimonianze di alcuni lavoratori sembra di poter parlare di vero caporalato. E’ così?

Non è caporalato, ma “nuovo caporalato”. In Emilia Romagna, in agricoltura, negli allevamenti come nella vendemmia, nei macelli o nei salumifici, i lavoratori sottoposti al fenomeno del caporalato non vengono sfruttati o “intermediati” illegalmente da uno sfruttatore con la “coppola in testa” che va a reclutare i lavoratori in una rotonda o in uno smorzo, come accade nelle campagne del sud dov’è presente il fenomeno del “tradizionale” caporalato.

In Emilia Romagna esiste un sistema più sofisticato, costruito ad arte da una filiera di “colletti bianchi” che atraverso l’appalto di servizi offrono manodopera a prezzi stracciati a committenti che producono poi, attraverso la catena di sub fornitura, ma anche direttamente, prodotti ed eccelenze alimentari certificate pure eticamente. Un sistema, quello degli appalti di manodopera, che aiuta a rendere competitivo un territorio regionale che ha numeri da record nella filiera agroalimentare, soprattutto nel pezzo industriale e della lavorazione e trasformazione delle carni.

Nel “nuovo caporalato”, inoltre, abbiamo una filiera di professionisti che gestiscono decine e decine d’imprese affidate a prestanomi che, attraverso una voluta e studiata ragnatela di appalti e sub appalti, offrono manodopera a prezzi estremamente concorrenziali alle imprese committenti. Imprese committenti che non si fanno scrupoli, non si pongono tante domande pur d’abbassare il costo del lavoro ed essere più competitive.

Si genera così una spietata concorrenza sleale fra le imprese, quelle che vogliono rispettare le leggi e i contratti di lavoro e quelle che utilizzano queste discutibili forme d’organizzazione del lavoro. Una concorrenza sleale che viene denunciata solo da noi, mentre le associazioni degli industriali non prendono posizione e non isolano chi utilizza quel modello d’organizzazione del lavoro che crea concorrenza sleale.

Nel “nuovo caporalato”, rispetto a quello più tradizionale, ciò che non cambia è il livello di sfruttamento: minacce, violenze, sotto salario, sotto inquadramento, illegalità di tutte le specie, possibili infiltrazioni della malavita organizzata ecc.

Nel “nuovo caporalato” non esiste la certezza della prestazione lavorativa: l’orario di lavoro ti viene comunicato attraverso un sms alla sera tardi, si inizia a lavorare al mattino preso, anche alle 4.00, ma non si sa quanto si finisce. Chi si ribella, protesta, o chiede qualche minuto di pausa in più, il giorno dopo ed eventualmente quelli successivi, viene lasciato a casa senza nessun tipo di retribuzione o, adirittura, licenziato.

Nel “nuovo caporalato” il reclutamento avviene attraverso le conoscenze e le candidature vengono valutate in base al livello di disperazione sociale a cui il lavoratore è sottoposto: più è disperato, più è emarginato, maggiore sarà la sua disponibilità ad accettare tutte le condizioni che il caporale gl’impone.

I lavoratori sono spesso stranieri. Perché? Per loro è più difficile denunciare soprusi?

I lavoratori occupati negli appalti di manodopera sono in maggioranza stranieri perché hanno meno conoscenze dei loro diritti e sono facilmente ricattabili a causa della Legge “Bossi-Fini”.

“Alzare la testa”, rivendicare diritti e dignità, lottare per conquistare salari e condizioni di lavoro più umane e dignitose può causare, com’è accaduto, la cessazione del rapporto di lavoro o il licenziamento, con il conseguente stato di disoccupazione che può compromettere il rinnovo del permesso di soggiorno e, conseguentemente, la permanenza in Italia del lavoratore e di tutta la sua famiglia.

Come mai la “scatola” formale della cooperativa è così allettante per chi vuole agire nell’illegalità? Qual è il vulnus legislativo che rende possibile questa situazione?

Con la “scatola” formale della cooperativa, grazie alla Legge 142/2001, le finte assemblee dei soci possono decidere le applicazioni contrattuali da adottare e, addirittura, derogare da quanto viene previsto dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL).

Anche grazie a questa Legge abbiamo le più fantasiose applicazioni contrattuali, come ad esempio la il CCNL della Logistica per chi disossa carne, o quello del pulimento per chi farcisce pizze, affetta salumi o produce il pane. Sempre grazie alla Legge 142/2001 è possibile ridurre diritti come, ad esempio: non integrare la malattia o l’infortunio, ridurre le maggiorazioni dello straordinario o definire forme di flessibilità d’orario estreme.

Ma non è tutto, sempre la stessa Legge consente di poter derogare anche i minimi retributivi previsti dallo stesso CCNL, ovviamente se l’assemblea dei soci approva lo “stato di crisi”.

Infine, sempre la Legge 142/2001, non riconosce l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il socio lavoratore (la legge non prevede il finto socio) è una forma diversa di subordinazione in quanto socio della sua stessa impresa che dovrebbe dirigere pure lui (sic!).

Una piccola considerazione su questa Legge: le centrali cooperative, da anni giustamente attive contro le false cooperative, tanto da aver redatto e depositato una proposta di Legge, non affrontano minimamente l’argomento del superamento della Legge 142!

Ma non c’è solo la Legge 142/2001 che rende “allettante” il ricorso alla falsa cooperativa, ci sono anche le attività lavorative che, con precisione chirurgica, il legislatore ha inserito a dicembre 1999 nel DPR 602/1970. Quelle attività, inserite con precisione chirurgica, sono quelle della macellazione e toelettatura delle carni; il DPR 602/1970 consente alle cooperative di poter risparmiare sui contributi previdenziali.

A seguire, dall’inizio degli anni 2000, anche grazie alla sopra descritta variazione normativa e all’introduzione della Legge 30/2003 (Legge Biagi) e al successivo Dlgs 276/2003 nella lavorazione, trasformazione e macellazione delle carni abbiamo visto l’esplosione del fenomeno degli appalti alle false cooperative, in particolare nel distretto della lavorazione delle carni di Modena.

Altri elementi di “vulnus” legislativo, che hanno ulteriormente incrementato il fenomeno, sono i seguenti: continui interventi sulla responsabilità solidale negli appalti; scarsa attenzione degli organismi ispettivi, nonostante le decine di denunce inoltrate; scarsa sensibilità delle istituzioni e delle forze politiche di fronte al fenomeno degli appalti illeciti che nascondono somministrazione irregolare o fraudolenta di manodopera per arrivare sino a depenalizzarne il reato (Governo Renzi, dlgs 8/2016).

Da ultimo, non per importanza, le archiviazioni, le prescrizioni e i rinvii a giudizio di cui non si conoscono le sorti dei fenomeni d’illegalità che si celano negli appalti, approdati alla Procura di Modena negli ultimi venti anni.

Le cooperative fittizie sono utilizzate anche dalle organizzazioni criminali e mafiose per le loro azioni illecite. E’ così? Ci sono stati casi emblematici a riguardo?

Sì, le false cooperative, ma anche le Srl farlocche, inserite nella catena degli appalti e dei sub appalti, possono consentire le infiltrazioni della criminalità organizzata per ripulire denaro sporco.

I reati che vengono commessi all’interno di questa filiera di appalti e sub appalti sono sempre quelli che abbiamo notato in tutti i casi d’infiltrazione della malavita organizzata: caporalato, evasioni fiscali, evasioni d’IVA, fatturazioni false, evasioni contributive e sfruttamento dei lavoratori, con casi di minacce, intimidazioni e violenze.

Casi emblematici li abbiamo notati nel caso Suincom nel 2002, omicidio, contraffazione alimentare, sfruttamento di centinaia di lavoratori e intercettazioni telefoniche che segnalavano la presenza della mafia siciliana. Per approfondire [leggi]

Altri casi nel processo Aemilia: appalti e caporalato. Ma anche le tante operazioni della Guardia di Finanza che, oltre a contestare la genuinità degli appalti e a portare alla luce centinaia di milioni di euro di evasioni d’imposta e contributive, ha anche evidenziato intrecci con la malavita organizzata. La stessa GdF dichiara che, nel sistema degli appalti e dei sub appalti, si evadono annualmente 50 miliardi all’anno di imposte e che, quel sistema, è facilmente condizionabile dalla malavita organizzata.

Appalti, cambio appalti e subappalti: il meccanismo delle false coop si fonda su un sistema di esternalizzazioni e contrazione del costo del lavoro? A guadagnarci è solo la coop spuria o ha responsabilità anche il committente? Come funziona questo sistema di “scatole cinesi”?

Evasione fiscale e false fatturazioni: questo sistema toglie molte risorse alle casse dello stato? Come funziona?

La falsa cooperativa o la Srl farlocca sono solo dei mezzi per far guadagnare il committente e qualche altro personaggio che gestisce il sistema degli appalti e dei sub appalti.

Il committente, oltre a non dover gestire direttamente decine o centinaia di lavoratori, con questo sistema fatto di appalti di dubbia legittimità e fantasiose applicazioni contrattuali, sfruttamento dei lavoratori, “nuovo caporalato” ed evasioni fiscali e contributive, può ridurre il costo del lavoro di oltre il 40% e recuperare l’IVA (22%) su quanto pagato al consorzio per le attività affidate in appalto. Non è casuale che, nel sistema degli appalti, coesista anche la falsa fatturazione!

La falsa fatturazione può produrre indebiti crediti d’IVA per l’impresa committente, generare falsi crediti nelle attività delle imprese appaltatrici, per compensare i debiti che le stesse hanno con lo Stato o l’INPS. In questo giro vizioso ed articolato di false fatturazioni si potrebbe nascondere anche il riciclo di denaro proveniente da attività illecite.

Come funziona il sistema

Il consorzio affida le attività ricevute in appalto alle cooperative o Srl le quali dovrebbero versare l’IVA allo Stato. Ovviamente l’IVA non viene versata; lo Stato, se tenta di recuperare queste ingenti risorse, non riesce a farlo perché si trova davanti a degli amministratori, i prestanome delle imprese appaltatrici, che non hanno nulla che possa essere aggredito patrimonialmente. Spesso, queste “ultime ruote del carro” della filiera degli appalti e dei sub appalti, sono affidate a personaggi non italiani pieni di cartelle esattoriali, senza neanche un’auto intestata ed anche ad analfabeti.

Tutti questi passaggi di appalti e sub appalti vedono la presenza di personaggi esterni agli organigrammi delle imprese appaltatrici, reperibili attraverso visure camerali, che gestiscono il personale delle varie imprese appaltatrici, intrattengono rapporti con la committenza e si servono dei “colletti bianchi” per la gestione tecnica ed amministrativa del sistema.

L’evasione d’IVA è la vera forza motrice del sistema, ma anche l’evasione d’IRAP (tassa che finanzia il sistema sanitario regionale che è legata agli imponibili previdenziali dei lavoratori, anch’essa non viene versata dalle ultime ruote del carro degli appalti!). Oltre all’IVA e all’IRAP, spesso non vengono nemmeno versate le quote di TFR e i contributi previdenziali.

Lo Stato non recupera l’IVA, l’IRAP e contributi INPS, si genera un sistema di concorrenza sleale dove le imprese sane non riescono a competere rispettando le leggi e i CCNL. Le casse dello Stato languono, si mette a repentaglio la tenuta del nostro servizio sanitario nazionale e anche la tenuta dei conti delle casse dell’INPS. Mentre, i lavoratori imprigionati nel “gioco dell’oca” del girone infernale degli appalti, ogni due o tre anni continuano a cambiare impresa appaltatrice (falsa coop e srl), continuano ad essere sfruttati, perdendo pezzi di salario, contributi previdenziali e TFR.

Una presentazione di come funziona il sistema in questo breve filmato: https://www.youtube.com/watch?v=BYvOwxYtkIU&feature=youtu.be

Controlli. Si può dire che siano insufficienti? Cosa non funziona?

I controlli, in passato, nonostante le decine di denunce e segnalazioni, erano sicuramente insufficienti; ora però, che sono aumentati nel numero, non sono adeguati a stroncare il fenomeno che ha assunto dimensioni non facilmente quantificabili anche a causa di normative non adeguate e, addirittura depotenziate, come il caso della depenalizzazione della somministrazione irregolare di manodopera introdotta con il Dlgs 8/2016.

Quando un ispettore effettua una verifica in un macello, ma anche in un salumificio, deve attendere, prima di entrare negli ambienti di lavoro, qualche ora per la vestizione e l’igienizzazione. In quest’arco temporale i lavoratori delle imprese appaltatrici vengono riordinati sulle linee e adeguatamente “istruiti” sulle risposte da dare; negli anni passati, in alcune realtà produttive, i lavoratori in appalto sono addirittura scappati nei campi per sfuggire al controllo ispettivo.

Inoltre, il sistema sanzionatorio previsto per contrastare la somministrazione irregolare di manodopera che si cela dietro gli appalti di dubbia legittimità, prevede una mole di lavoro e di raccolta di prove impossibili per gli ispettori.

Gli ispettori dovrebbero provare la somministrazione irregolare di manodopera avvenuta in ogni singola giornata, con prove concrete, verificabili e per ogni singolo lavoratore durante tutto l’arco temporale oggetto dell’ispezione. Una mole di lavoro che si presterebbe a continui ricorsi e rischio, più che certo, della prescrizione.

Da evidenzaire inoltre che la Guardia di Finanza, negli interventi di cui siamo a conoscenza, interviene sostenendo la non genuinità dell’appalto quindi e come, diretta conseguenza, tutti i lavoratori coinvolti dovrebbero essere ritenuti somministrati irregolarmente. Reato che dovrebbe poi essere riscontrato dalla competente Procura che riceve la notizia di reato dalla GDF. Notizia di reato che non crea “allarme sociale” come invecie lo crea un barchino d’immigrati in fuga da guerre ed in cerca di un approdo nella nostra penisola. Quindi, quella “modesta” notizia di reato che può valere decine di milioni di evasioni, ma anche centinaia, spesso, cade in prescrizione o in archiviazione. La “ruota” degli appalti continua, così, a girare indisturbata!

La non genuinità dell’appalto è anche determinata dall’assenza o dalla carenza del potere organizzativo e del rischio d’impresa delle imprese appaltatrici. Solo operando in questo modo, lo Stato, può tentare di recuperare le ingenti somme d’IVA e IRAP evasa. Per la Gdf il sistema degli appalti illeciti viene appositamente ideato per evadere il fisco e creare concorrenza sleale.

A questo link, nel vecchio sito, potete trovare un caso significativo portato alla luce dalla GdF

Ciò che non funziona è l’attuale normativa che non interviene in modo chiaro per contrastare gli appalti illeciti che sono lo strumento per sfruttare lavoratori anche con forme di caporalato, evadere tasse e creare concorrenza sleale. Inoltre, invece di introdurre correttivi, si depotenziano le poche normative ancora presenti: allargamento delle attività previste dal DPR 602/70; introduzione della Legge 30/2003 che ha abrogato la Legge 1369/60 che puniva penalmente chi intermediava illecitamente manodopera; i continui interventi sulla responsabilità solidale negli appalti e la depenalizzazione della somministrazione illegale di manodopera.

Manca la volontà politica di contrastare questo fenomeno! Sono sufficienti alcuni piccoli cambiamenti normativi per contrastare il fenomeno degli appalti illeciti.

Il caso Castelfrigo è un caso emblematico, che ha fatto parlare a livello nazionale. Perché?

Il caso Castelfrigo è uno dei tanti casi di sfruttamento presenti nel settore, ma anche in molti luoghi dove esistono appalti di dubbia legittimità. Luoghi di lavoro in cui si accendono lotte che possono finire anche con pesanti scontri e violenze. Quanto accade nel settore della logistica è simile a quant’è accaduto alla Castelfrigo.

Lotte e vertenze spesso invisibili ai media, che arrivano agli onori della cronaca solo quando ci sono violenze e forti scontri.

La vertenza iniziò nel 2016, con scioperi ad oltranza per rivendicare diritti, dignità e corrette applicazioni contrattuali. Si ottenne, sempre nel 2016, un accordo in Prefettura che non è stato rispettato dalla Castelfrigo e dalle pseudo imprese appaltatrici e, sempre nello stesso anno, partì la rappresaglia contro i lavoratori rappresentati dalle categorie della Cgil, compreso il licenziamento di due rappresentanti sindacali della Filt Cgil.

La Flai e la Filt Cgil risposero immediatamente: oltre due mesi di lotta e di sciopero ad oltranza nella completa indifferenza dei media e dell’opinione pubblica. A dicembre, le false cooperative, licenziarono i 76 lavoratori rappresentati dalla Flai e dalla Filt Cgil. Dal 19 dicembre 2017 tre delegati sindacali e il segretario generale della Flai Cgil di Modena, iniziarono lo sciopero della fame e partì un presidio permanente con tende e camper che rimarrà fino a giugno 2018.

Solo con lo sciopero della fame e con il blocco delle merci per quattro giorni si è ottenuta visibilità! Una visibilità che sarebbe stata ottenuta molto più velocemente se, invece di 76 lavoratori immigrati, fossero stati coinvolti 76 lavoratori italiani!

Sono sicuro che qualcuno avrebbe preferito che la vertenza si risolvesse come un “problema di ordine pubblico”, con cariche della polizia, manganellate e lacrimogeni! Il successo di questa vertenza è stato proprio questo: aver evitato lo scontro, aver evitato che diventasse un problema di ordine pubblico, ed aver accesso i riflettori su un fenomeno poco conosciuto.

Grazie a quella vertenza le Istituzioni si sono mosse, sono partiti i primi Tavoli di confronto fra Regione, Mise, INPS, ITL e Agenzia delle Entrate; è stata costituita una commissione d’indagine a livello regionale; nella Legge di Stabilità 2018 si è eliminato l’amministratore unico nelle cooperative (figura molto utilizzata nelle false coop); le imprese del territorio, molto timidamente, stanno cercando di regolarizzarsi con corrette applicazioni contrattuali ed è aumentato l’interesse dell’opinione pubblica e dei media.

Ma solo quella vertenza, che ha già i riflettori spenti, con i suoi tavoli attivati non sono sufficienti per debellare questo tipo di sfruttamento. Ci vorrebbe una volontà politica che non vedo e che, nel nostro Paese, si accende solo quando esplodono violenze, sommosse, tragedie ed anche morti. Scenari che, purtroppo, abbiamo già visto nel settore agricolo: la Legge 199/16 (legge così detta contro il caporalato) è stata ottenuta solo dopo sommosse, tragedie e morti, tra cui anche una lavoratrice italiana, Paola Clemente.

Non è paradossale che questo fenomeno di sfruttamento si verifichi proprio nella culla del sistema cooperativo e del mutualismo?

No, non è paradossale. La forma imprenditoriale della cooperativa è stata utilizzata come un mezzo per smontare contratti, pagare meno imposte e contributi dando meno diritti ai lavoratori.

Un mezzo, quello delle false cooperative, che è stato ed è utilizzato ancora dalle “vere” cooperative nei loro appalti. Una cooperativa può vestire anche i panni dell’impresa committente e, nei suoi appalti, servirsi di una falsa cooperativa!

Un mezzo che è servito e serve per abbassare il costo del lavoro, per rendere più competitive le imprese, le filiere e il territorio. Un mezzo, lo ripeto, che non è presente solo nei macelli e nella logistica, ma in tuttii settori, comprese le Istituzioni di questa Repubblica, caserme, ospedali e scuole. Anni fa, per rendere più competitivo il Paese, si svalutava la lira, ora si tolgono diritti ai lavoratori, si comprimono i salari e per i più “competitivi” e per chi vuole “aggredire” il mercato con i suoi prodotti a prezzi stracciati c’è la possibilità di ricorrere a questo sistema, cioè al caporalato degli appalti.

Un mezzo, quello delle false cooperative, o cooperative spurie, che è arrivato al capolinea e che sta per essere sostituito dalle Srl farlocche!

Quali potrebbero essere secondo te strumenti di contrasto al fenomeno e possibili interventi legislativi utili?

Basta poco, serve solo un pò di volontà politica. Non servono grandi elaborazioni, tomi e testi di legge complessi ed elaborati per rendere più difficile la vita ai “furbetti” degli appalti in modo veloce. Sarebbe sufficiente reintrodurre un norma abolita dalla Legge 30/2003 (Legge Biagi), cioè quella che obbligava le imprese appaltatrici ad applicare lo stesso contratto di lavoro dell’impresa committente. Reintrodurre quella norma sarebbe una vera “rivoluzione” che non si fa e che non ha fatto nessun governo perchè tutti, sino ad ora, sono stati proni ai voleri delle imprese ed ai loro bisogni d’esser competitive ad agni costo!

Poi, se si vuole fare qualcosa di più completo per contrastare i “furbetti” degli appalti si potrebbero introdurre altre norme, ma soprattutto correggere quelle fatte nel passato.

Come prima atto si potrebbe ripristinare il penale nella somministrazione illecita (depenalizzata con Dlgs 8/2016 dal governo Renzi), però per “fasce” e non per lavoratori/giornate, come attualmente previsto, cosa che rende estremamente difficile l’attività accertativa e in caso di giudizio rende estremamente facile obiezioni giustificative da parte della difesa, proprio per la difficoltà del lavoratore e dell’ispettore che accerta a comprovare puntualmente e giorno per giorno le violazioni. Ci viene riferito di parecchi verbali della stessa GDF cassati in sede di giudizio, perché contestavano violazioni in un periodo di tempo ma non precisavano per i giorni specifici di effettivo lavoro, pur in presenza di violazioni accertare, prevalevano dunque le eccezioni della difesa. La norma attuale rende in sostanza quasi impossibile la certificazione circostanziata delle violazioni, scaricando completamente l’onere della prova sulla parte debole e lasciando dunque ampi margini di elusività delle norme a chi vuole delinquere.

Il sistema per “fasce”, dovrebbe mutuare il principio della cd Maxi-sanzione, già utilizzata per il “lavoro nero” (art. 22 co. 1 D. lgs. 151/2015) e art. 3 co. 3 DL 12/2002 conv. In L. 73/2002) potrebbe essere quello più idoneo consentendo, a fronte di violazioni accertate, un intervento dell’attività ispettiva realmente afflittivo, attraverso la sospensione delle attività lavorative e, conseguentemente, disincentivare i “furbetti” degli appalti, compreso i committenti. In ogni caso le cifre della sanzione sarebbero comunque da incrementare rispetto alle cifre attuali.

Le modifiche normative, per i due casi sopra citati, si potrebbero concentrare con due emendamenti sugli art 18 e art. 29 del d. lgs 276/2003.

La modifica normativa dovrebbe prevedere chiaramente, oltre al meccanismo “per fasce” (sul modello Maxi-sanzione per lavoro nero), gli “indici di fraudolenza”, a fronte dei quali far scattare contestuale sospensione dell’attività sino a che l’impresa che si è resa responsabile della violazione non abbia sanato le condizioni originanti della stessa, e contestuale trasformazione del rapporto di lavoro dei dipendenti e/o soci-lavoratori direttamente alle dipendenze del committente. (in connessione al disposto dell’art. 1 L. 1369/60). Nella proposta di Legge presentata dalla Cgil (Carta dei Diritti Universali del Lavoro) si possono trovare altri suggerimenti e proposte per contrastare i “furbetti” degli appalti e per dare maggiori diritti ai lavoratori imprigionati nelle maglie degli appalti.

Inoltre, se si vuole fare un provvedimento più completo ma non ne vedo il contesto politico favorevole, si potrebbe mettere mano alla Legge 142/01 (quella che regola il socio lavoratore) e spazzare via ciò che rimane del DPR 602/1970.

Poi, per concludere, c’è il tema del “salario minimo” che, se riferito alla reala paga oraria, senza le incidenze degli istituti contrattuali previsti dal CCNL e dall’incidenza del TFR, non potrebbe fare che bene, visto che le paghe orarie dei “nuovi schiavi degli appalti” sono abbondantemente al di sotto dei 9 euro/ora

Umberto Franciosi

Segretario Flai Cgil Emilia Romagna

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