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False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni


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SOMMINISTRAZIONE IRREGOLARE DI MANODOPERA NEL SETTORE DELLA MACELLAZIONE, LAVORAZIONE E TRASFORMAZIONE DELLE CARNI

Slide con cui cerchiamo di sintetizzare come si sviluppa la somministrazione irregolare di manodopera tramite discutibili appalti, come si organizza, quali conseguenze per il settore, i condizionamenti del contesto internazionale, le responsabilità dei grandi marchi della salumeria italiana e della Grande Distribuzione Organizzata e l’incoerenza  della Legge 199/16 (contro il caporalato) con la depenalizzazione introdotta dal Dlgs 8/2016 [scarica]

 

 
Paolo Pennesi

Pennesi: "Boom esternalizzazioni illecite in ultimi 3 anni"

Per Paolo Pennesi, Capo dell'Ispettorato nazionale del lavoro, le depenalizzazioni degli appalti e della somministrazione illecita di lavoro "hanno attenuato qualcosa dal punto di vista della deterrenza"

Sempre secondo Pennesi "Negli ultimi 3 anni abbiamo registrato una grande crescita delle ipotesi di esternalizzazioni illecite riscontrate, e cioè di appalti e somministrazioni illecite. Si è passati da 8.320 ipotesi di violazione nel 2014 a 9.620 nel 2015 con un incremento del 16%. Per arrivare al 2016 con 13.416 ipotesi di violazione in materia, con un incremento del 39% rispetto al 2015. E' un fenomeno che desta preoccupazione" [Leggi]

[testo del Rapporto 2016 dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro]


Quando negli appalti i conti non tornano

QUANDO UN APPALTO NON E’ GENUINO ED INQUINA LA CONCORRENZA LEALE, PEGGIORA LE CONDIZIONI DEI LAVORATORI CON POSSIBILI RICADUTE SULL’ORDINE PUBBLICO E LA COESIONE SOCIALE

In questa pagina evidenziamo come, attraverso un appalto, tramite Consorzi che poi affidano a cooperative ad esso consorziate fasi del processo produttivo, si è in grado di dimezzare il costo del lavoro generando conseguenze pesantissime sui lavoratori e creando delle condizioni di forte concorrenza sleale alle imprese delle stesso settore. [continua a leggere]

 


FILIERA DELLE CARNI: LETTERA APERTA DELLA FLAI CGIL EMILIA ROMAGNA AL MINISTRO POLETTI E GUIDI, IN MERITO ALLA CONCORRENZA SLEALE CHE SI STA GENERANDO CON L'IMPIEGO DELLE FALSE COOPERATIVE NEGLI APPALTI

 

 

 

 


 

 

Le tecniche d'appalto del moderno caporalato...

 

Indice

 

Numero delle cooperative e dei lavoratori

Come vengono utilizzati i soci lavoratori

Come sono retribuiti i soci lavoratori

Velocità delle linee di produzione e ambiente di lavoro

L’organizzazione del lavoro

Ispezioni della Direzione provinciale del Lavoro

Segnalazioni alla Direzione Provinciale del Lavoro

 

L’architettura dell’appalto

Esempi di Appalti


Numero delle cooperative e dei lavoratori

Nel comprensorio di Vignola, un territorio con meno di 70.000 abitanti, sono presenti oltre 100 cooperative che occupano oltre 2000 lavoratori in netta prevalenza extracomunitari, molti di questi impegnati nel comparto della lavorazione della carne e dei salumi.

Il numero di questi dipendenti all’interno delle aziende alimentari del territorio è variabile, ma comunque in molte imprese il rapporto fra dipendenti diretti dell’azienda committente ed i soci lavoratori delle cooperative di facchinaggio che hanno in appalto fasi del processo produttivo è di 1:1. In alcune imprese della lavorazione della carne il numero delle cooperative di facchinaggio supera le 8 unità. Molte di queste sono direttamente controllate dai proprietari delle aziende committenti.

Come vengono utilizzati i soci lavoratori

Vengono utilizzati come se fossero dipendenti di un’impresa interinale ma impiegati in modo improprio ed illegale attraverso discutibili forme di appalto di fasi del processo lavorativo. Appalti che non trovano la sua legittimità né con il Codice Civile, all’articolo 1655 (mancanza dell’autonomia e del rischio d’impresa), né con il Dlgs 276/03 (somministrazione illegale di manodopera).

Lavorano in promiscuità e alle dipendenze del personale e dei responsabili dell’azienda committente i quali gestiscono ed organizzano gli orari di lavoro come se fossero lavoratori di imprese interinali. Da evidenziare che, com’è accaduto, i soci lavoratori delle cooperative vengono anche licenziati dai responsabili dell’azienda committente.

Come sono retribuiti i soci lavoratori

Quasi tutti adibiti in fasi della lavorazione delle carni ma inquadrati nel contratto di lavoro della logistica e della movimentazione delle merci. Contratto meno costoso e con meno diritti e tutele per i lavoratori.

Le ore che vengono dichiarate in busta paga sono sempre inferiori a quelle che vengono effettivamente svolte. Se le ore eccedenti non vengono retribuite in nero vengono retribuite in busta paga con l’istituto della “trasferta italia” che comunque non è tassata nè fiscalmente e nemmeno previdenzialmente.

Dalle segnalazioni raccolte vi sono lavoratori che lavorano per 3 o 4 € all’ora anche con dei contratti di collaborazione prima ora a progetto.

Quando invece viene applicato un contratto coerente con l’attività che viene svolta, ad esempio quello dell’artigianato o della piccola industria alimentare, il salario netto che viene evidenziato in busta paga viene realmente erogata una cifra inferiore.

Questo modello di retribuzione può, con il trascorrere del tempo, generare problemi di giustizia sociale a causa dell’alto tasso di evasione fiscale e retributiva. Sempre più spesso, chi lavora in queste imprese, grazie alle dichiarazione dei redditi solo “formali”, accedono ai primi posti di tutte le graduatorie per l’utilizzo dei servizi e dell’assistenza sociale.

Velocità delle linee di produzione e ambiente di lavoro

I lavoratori vengono collocati nella linea di smontaggio a ritmi e velocità pesantissimi con un’organizzazione del lavoro che neanche i liberisti più sfrenati oserebbero proporre e pensare. Le linee di produzione vanno sempre più forte ed i lavoratori vengono sempre adibiti alla stessa mansione causando le inevitabili malattie professionali caratteristiche del settore in crescita esponenziale (dal “tunnel carpale” ad altre malattie muscolo scheletriche).

Nelle linee del disosso dei prosciutti crudi, analizzando il processo del lavoro per ogni singola postazione, ogni operatore in media deve effettuare un’operazione ogni tre secondi con coltelli, in alcuni casi elettrici. Lavorazioni faticose che si possono protrarre anche per oltre 10 ore al giorno, effettuate in ambiente bagnato e freddo, con scarse pause, a velocità altissime e senza turnazioni, tutti elementi che sommati fra di loro sono estremamente pericolosi che causano, con la lunga esposizione, inevitabili danni all’apparato muscolo scheletrico.

Il turn over dei dipendenti delle imprese della lavorazione della carne è praticamente inesistente. Le aziende, mascherandosi dietro a scuse inesistenti tipo la difficoltà di reperimento della manodopera, prediligono avvalersi della traboccante disponibilità della manodopera che le cooperative di facchinaggio possono offrire. Per questo nelle imprese appaltatrici il turn over è altissimo. Quest’ultime imprese, quasi tutte false cooperative di facchinaggio, gestiscono eserciti di lavoratori extracomunitari che, spesso, per quattro soldi, sono disposti a tutto. Monetizzano diritti, salute e non si porgono certo problemi per l’inquadramento contrattuale o per la regolarità del pagamento dei contributi previdenziali. Per questi lavoratori l’importante è quanto si porta a casa ogni mese e non c’è differenza se è in “nero” o in regola. Più si guadagna e meglio è, perché una buona parte di loro non hanno l’intenzione di radicarsi nel territorio. Così accade che lavoratori senza un’idonea preparazione professionale vengono letteralmente buttati nella linea di smontaggio della carne a velocità sempre maggiori! Inevitabili gli infortuni, alcuni anche pesanti. Infortunati che “spariscono” , come spesso è impossibile provare la responsabilità dell’inidoneità degli strumenti di protezione quando qualcuno si fa male: nessuno c’era, nessuno conosce l’infortunato e nessuno l’ha visto.

Un meccanismo che genera una concorrenza spietata fra lavoratori, in particolare fra dipendenti dell’azienda committente e quelli dell’azienda appaltatrice che pur di lavorare monetizzano diritti e salute. Un sistema che può generare conflitti fra le etnie in cui sono suddivisi nelle varie false cooperative e con gli stessi italiani.

L’organizzazione del lavoro

Quasi tutte le cooperative eseguono le lavorazioni della carne, in totale e palese promiscuità con il personale dipendente delle aziende committenti;

·    le false cooperative di facchinaggio sono prevalentemente costituite da lavoratori stranieri suddivisi in etnie, le etnie prevalenti sono le seguenti: marocchina, albanese, srilankese

·    alcuni lavoratori stranieri sono stati anche collocati anche con documenti non regolari;

·    precaria ed insufficiente preparazione e formazione igienico sanitaria che riguardi il lavoro che dovranno svolgere;

·     i soci lavoratori, oltre ad essere diretti dal loro presidente (che in alcuni casi risultava, fino a qualche mese fa, dipendente dell’impresa committente) ricevono gli ordini dai proprietari dell’azienda e/o dai suoi stessi collaboratori;

·    le false cooperative operano illegalmente, senza averne l’autorizzazione, come imprese interinali o di somministrazione di manodopera;

·    spesso, ed in costante incremento, i soci-lavoratori vengono impiegati per sostituire i dipendenti dell’azienda committente;

·    l’orario di lavoro dei soci lavoratori della cooperativa è lo stesso dei dipendenti dell’impresa committente

·    inesistente l’autonomia imprenditoriale ed il rischio d’impresa per le false cooperative di facchinaggio, quasi sempre vengono utilizzati mezzi e strumenti di proprietà dell’impresa committente ed in rari casi risultano stipulati affitti degli impianti o degli strumenti utilizzati, quando sono presenti "formali" affitti i canoni pattuiti sono veramente ridicoli;

·    le ore effettivamente lavorate vengono parzialmente riportate nelle buste paga, le cifre riportate sono nettamente inferiori a quelle effettivamente svolte. Le ore eccedenti vengono retribuite in nero o attraverso la voce retributiva “trasferta italia” le cui somme non sono comunque tassate né previdenzialmente e nemmeno fiscalmente.

Ispezioni della Direzione provinciale del Lavoro

Innumerevoli richieste d’ispezione inoltrate. Parlando con i lavoratori si percepisce che alcune ispezioni da parte dell’Ispettorato del Lavoro, sarebbero state fatte negli anni passati, ma nulla è cambiato (le cooperative sono rimaste) e, anzi, da quelle ispezioni ne sarebbe conseguita una maggior promiscuità. Si percepisce dai lavoratori un certo grado di diffidenza nei confronti degli organi Ispettivi e per altri è palese una chiara rassegnazione.

Segnalazioni alla Direzione Provinciale del Lavoro

Innumerevoli sono le segnalazioni che le organizzazioni sindacali hanno inviato alla Direzione Provinciale del Lavoro di Modena. Purtroppo, da quanto si apprende dai lavoratori, spesso, quando stanno per aver luogo le ispezioni, le aziende sembrerebbero essere già informate ed avrebbero tutto il tempo per organizzarsi spostando, i soci lavoratori delle cooperative appaltatrici, in mansioni di semplice manovalanza o addirittura nascosti fuori dall’impresa, sotto la comoda ombra delle piante, per poi rientrare quando la situazione ritornava alla “normalità”. Non si vuole accusare nessuno ma, forse, la "sensazione" che i lavoratori riportano è probabilmente dovuta ai tempi necessari per indossare gli indumenti asettici, idonei per entrare nei luoghi da ispezionare. Inoltre, da parte di alcuni committenti, vengono millantate “presunte consulenze” da parte della Direzione Provinciale del Lavoro. Spesso si sente affermare che il tal processo produttivo, o quelle mansioni si possono appaltare perché viene avvallato dal Direttore della sede del Ministero del Lavoro di Modena.  Qualcuno ha chiesto, per iscritto, immediate spiegazioni in merito a quelle vantate “consulenze”, o meglio si volevano capire i criteri con cui sono state giustificate quelle terziarizzazioni o appalti. Fu avanzata una formale richiesta richiedendo una risposta scritta, ma nulla è mai arrivato!

Purtroppo possiamo affermare che segnalare un eventuale appalto irregolare alla Direzione Provinciale del Lavoro di Modena può produrre l’effetto contrario, cioè il suo avvallo o peggio può generare la consulenza con cui vengono istruite le aziende come fare per “regolarizzare” l’appalto. Infatti, abbiamo visto come dopo un intervento ispettivo, fosse stato sufficiente tracciare una linea gialla per terra per delimitare gli spazi fra una cooperativa ed i lavoratori dell’impresa committente per avvallare l’appalto! Così com’è stato sufficiente creare spogliatoi separati per le aziende appaltatrici, anche in container, per provarne l’autonomia d’impresa.

Linee e spogliatoi, per anni, è bastato questo all’Ispettorato del lavoro di Modena, mentre nessuna attenzione per provare la reale autonomia d’impresa o per verificare la reale dipendenza di questi lavoratori dall’impresa committente! Con una semplice inchiesta era ed è possibile provare il reato di “interposizione irregolare di manodopera”, quello previsto dall’abrogata Legge 1369/60, o dall’attuale “somministrazione irregolare” di manodopera prevista dal Dlgs 276/03

L’architettura dell’appalto

 

Il sistema più “scientifico” prevede un “affitto di ramo d’impresa” ad una cooperativa con l’autorizzazione a sub-appaltare. Tra l’azienda committente e la cooperativa viene stipulato un accordo commerciale che prevede il pagamento  della carne lavorata. Pagamento pattuito in pochi centesimi di euro al chilogrammo senza distinzioni di pezzature di carne e nemmeno dei tagli anatomici. Differenze non di poco conto: una coscia suina non può avere lo stesso prezzo di carne di scarto, tipo la così detta "carnetta". Quest’ultima cooperativa poi subappalta ad altre imprese fasi del processo produttivo. Quindi all’interno dello stesso sito produttivo un’azienda affitta ad un'altra un pezzo di stabilimento, si stipula un contratto per la fornitura di carne lavorata e la cooperativa appaltante può sub-appaltare. Fin qui nulla di strano, ma i problemi sono i seguenti: la carne che viene lavorata la compra l’azienda committente, il personale di tutte le cooperative presenti viene gestito dal committente attraverso il suo direttore, ma anche lo stesso amministratore delegato, così le domande d’assunzione che vengono fatte presso l’azienda committente vengono dirottate presso le cooperative presenti nel suo sito produttivo. Dove sta l’autonomia imprenditoriale ed il rischio d’impresa? E’ o no una somministrazione illegale di manodopera?

Il sistema “promiscuo” prevede dei “regolari” contratti di appalto che hanno per oggetto degli specifici nastri (o linee di produzione). Regolari solo sulla carta perché i lavoratori delle cooperative di facchinaggio, e se ne possono contare anche 9 all’interno dello stesso sito produttivo, vengono poi gestiti e collocati come se fossero dipendenti dell’azienda committente, addirittura, com’è capitato, vengono licenziati o sospesi dagli stessi capi reparto o capi linea dell’azienda committente.

Può accadere che i dipendenti dell’azienda committente svolgano le attività più specializzate, come ad esempio il disosso mentre i lavoratori delle cooperative svolgono attività accessorie, ma comunque specializzate, come il rifilo delle cosce ed altri tagli.

Quindi riepilogando: nessun rischio d’impresa e nemmeno autonomia, ma utilizzo di queste cooperative come somministratori od intermediatori di manodopera. Peccato che non sono soggetti autorizzati, quindi lo effettuano in modo illegale ed inoltre non è nemmeno previsto dal Contratto Nazionale di Lavoro. Così come lo stesso Contratto non prevede, al suo articolo 4, l’appalto di lavori pertinenti le attività di trasformazione dell’azienda.

Il tutto però viene fatto impunemente da anni, alla luce del sole e a dispetto di quegli imprenditori che hanno sempre cercato di comportarsi onestamente senza ricorrere a simili soluzioni organizzative.

 

Il sistema “interinale” è di gran lunga il sistema più gettonato negli ultimi anni. Ovviamente viste le possibilità di sviluppo delle situazioni descritte in precedenza le imprese che ricorrono a queste soluzioni organizzative non si pongono certo il problema della sua regolarità o meno.

Stiamo assistendo ad un utilizzo delle cooperative di facchinaggio come se fossero imprese interinali quindi, tramite un fittizio appalto di lavori di facchinaggio, i soci lavoratori vengono poi adibiti sulle linee di produzione in promiscuità con il personale dipendente delle aziende committenti. Inizialmente inizia per sostituire lavoratori ammalati poi, visto il notevole risparmio sul costo del lavoro, la scelta diviene strutturale. Il risultato è che nel comprensorio si sta diffondendo questa pratica ed ormai in tutti i settori è presente questo modello, nelle carni e nei salumi è ormai fuori controllo.

Esempi di Appalti

Il caso più eclatante:

una cooperativa “A” ha la sede in Modena nello stesso ufficio della consulente dell’azienda committente “Squalo” la quale a sua volta segue altre cooperative fra le quali anche quella di suo figlio. Nella vecchia sede legale della citata cooperativa “A” ha trovato ora sede un'altra cooperativa “C”. A quest’ultima cooperativa “C”, la cooperativa “A”, ha sub appaltato alcune lavorazioni delle carni che si effettuano presso la “Squalo”. La consulente della “Squalo” è anche la consulente di “Competitivi” azienda, quest’ultima, acerrima concorrente della prima.

Da notare che la “A”, iscritta alla Legacoop,  iniziò la sua attività nel 1992 presso una storica azienda della lavorazione delle carni, la “Neuro”, ora direttamente controllata da “Competitivi”, e la sua sede legale era proprio presso la sede di quell’impresa. Nel primo CdA era presente l’attuale consulente della “Squalo” e “Competitivi”. Chi dirige la “A” è uno straniero che non risulta nel CdA, ma solo come semplice socio, mentre il fratello è Presidente della “C” e sua moglie con lo stesso suo fratello sono soci accomandatari di un’altra impresa, la “D”, che ha in appalto lavorazioni dalla stessa “A” presso l’azienda committente “Squalo”

La “A” si occupa, come da contratto d’appalto, della toelettatura e disossatura carni. Il trasferimento di ramo d’impresa, con il successivo accordo commerciale, non ha causato esuberi o licenziamenti. Molti lavoratori sono passati autonomamente dalla “Squalo” alla cooperativa “A” perché interessati al “guadagno immediato e interessante” ed anche perché incentivati a farlo. L’incentivo, che è più corretto definire disincentivo, consisteva nel far lavorare 8 ore i lavoratori della “Squalo”, così chi si era abituato ai livelli economici raggiunti nei mesi precedenti, con il pagamento delle ore di straordinario in nero, veniva, senza troppi veli, indirizzato presso la cooperativa “A” o “C”.

Il CCNL di riferimento per i soci lavoratori è quello della logistica e della movimentazione merci..

Il reparto affittato alla “A” viene diretto da personale della “Squalo” nella figura del Direttore di produzione d’allora e anche dal maggior azionista.

Da evidenziare che l’azienda committente “Squalo” indirizza le persone, che presentano la domanda di lavoro, direttamente verso la cooperativa “A” ed esplicitamente affermano che non assumano più nessuno e che le assunzioni vengono effettuate solo dalle cooperative. Alcune domande d’assunzione la “A” le smista alla “C” o alla “D”.

La A, nella figura del suo Presidente, controlla e gestisce in prima persona il lavoro della “C” e della “D”. La maggioranza dei lavoratori occupati presso questo reparto appaltato sono extracomunitari di origine indiana e pakistana. Lavorano a tutti gli orari del giorno, prevalentemente dalle 5.00 alle 19.00, compresi i sabati mattina e spesso anche alla festa e alla notte, con personale più ridotto.

Le persone non sono mai le stesse, dalle informazioni che abbiamo il turn over è molto alto e le capacità professionali di questi lavoratori sono estremamente deboli e limitate.

Per quanto riguarda la parte che ancora “ufficialmente” è rimasta sotto il controllo della committente “Squalo”, in cui sono occupati circa 40 persone, il turn over è praticamente bloccato. Ogni tanto, all’inizio, cioè quando nacque l’operazione di affitto di ramo d’impresa, i dipendenti della “Squalo” venivano sostituiti da soci lavoratori solo quando erano assenti per malattia o per le ferie, la postazione veniva affidata ad un lavoratore della cooperativa pronto all’uso. Se venivano fatti scioperi? Nessun problema, il lavoro viene fatto fare alla cooperativa.

Episodi già segnalati all’Ispettorato del Lavoro senza nessun esito concreto.

 

Il caso che fa scuola. Presso la “Competitivi”

Oltre 8 cooperative gestite direttamente dai capi reparto della “Competitivi”. Le cooperative non hanno nemmeno una sede legale, se ce l’hanno è presso l’abitazione del suo Presidente o presso lo studio del suo commercialista. Quasi tutte queste cooperative sono costituite da extracomunitari così come il loro Presidente che in molti casi non è altro che un vero e proprio prestanome di “Competitivi”. Per molti anni un dipendente extracomunitario della “Competitivi” è stato anche Presidente di una cooperativa che lavorava presso la stessa azienda in cui lui era dipendente. I dipendenti delle cooperative sono ormai in un numero uguale ai dipendenti della “Competitivi”. Gli orari di lavoro non sono meno di 10/11 ore al giorno compreso tutti i sabati fino alle 14.00 e a volte fino alle 17.00.

Molte ore di lavoro vengono retribuite con la voce retributiva “trasferta italia”, non tassata fiscalmente e nemmeno previdenzialmente.

Questa azienda è stata oggetto di ripetuti interventi ispettivi richiesti dalle OO.SS ma nulla è stato trovato. Per l’ispettorato vengono svolte attività che si possono ricondurre a quelle previste dal DPR 602/70: toelettatura e macellazione. Poco importa l’autonomia imprenditoriale e il rischio d’impresa! E poco importa l’articolo 4 del CCNL dell’industria alimentare che vieta gli appalti delle attività produttive pertinenti alle attività di trasformazione dell’azienda.

I soci lavoratori delle cooperative non hanno sufficienti ed idonei luoghi da utilizzare come spogliatoio e mensa.

Episodi già segnalati all’Ispettorato del Lavoro senza nessun esito concreto.

 

Un caso di strano “conflitto d’interessi”

La  “Competitivi” controlla direttamente la “Neuro” ed all’interno di quest’ultima è presente una cooperativa di facchinaggio.

La “Neuro” è ha come direttore un amico del proprietario della “Competitivi”. Il figlio del citato direttore è Presidente della cooperativa che lavora presso la “Neuro” ed ha anche in appalto lavori presso la “Competitivi”. La vice Presidente della cooperativa, quella che dirige nei fatti la medesima, è la moglie di uno dei figli del titolare della “Competitivi”. Le tre aziende: “Competitivi”, “Squalo” e “Neuro” insieme lavorano una notevolissima quantità di cosce suine, oltre le 150.000 al giorno!

Un caso di appalto casalingo

Un’azienda appalta fasi del processo produttivo ad una cooperativa i cui dirigenti sono della famiglia dell’azienda committente. I soci lavoratori sono in palese promiscuità con i dipendenti dell’azienda committente, li sostituiscono quando sono assenti, e sono diretti ed organizzati dai proprietari dell’azienda stessa. Il Presidente di quella cooperativa è dipendente dell’azienda committente e figlia di uno dei proprietari e moglie di un altro socio della cooperativa anch’egli presente nel CdA.

Mentre la moglie di uno dei titolari dell’azienda committente che svolge l’attività di responsabile amministrativo è anch’essa nel CdA della cooperativa così come lo è un’altra moglie di uno dei proprietari dell’azienda committente, anche quest’ultima è membro del CdA della cooperativa e dipendente della stessa azienda committente.

I soci lavoratori di questa cooperativa sono quasi tutti orientali, con netta prevalenza di cinesi. Evasioni ed elusioni fiscali sempre presenti. Episodio già segnalato all’Ispettorato del Lavoro senza nessun esito concreto.

Altri casi ancora potrebbero essere evidenziati, ma crediamo sia già sufficiente così!

Umberto Franciosi

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