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False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni


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L'OMICIDIO E IL BRODO DI COLTURA CHE LO HA GENERATO

Ismail Jauadi era un tunisino di 28 anni, assassinato con 7 colpi di pistola alla schiena in una calda notte d’estate di mercoledì 24 luglio 2002, presso una vigna nelle campagne di San Sisto di Poviglio (RE). Uno spietato regolamento di conti, una vera e propria esecuzione in perfetto stile mafioso. Nel corso delle indagini apparirà immediatamente chiaro che l’omicidio è maturato nell’ambiente di lavoro del tunisino.

Il tunisino era residente a Castelnuovo Rangone in provincia di Modena. In pochi anni di lavoro aveva ottenuto una discreta esperienza nella lavorazione delle carni, come socio lavoratore presso la cooperativa DIMAC di Castelnuovo Rangone, ma con sede legale presso lo studio di un consulente del lavoro, ex ispettore del lavoro in pensione.

Ismail affermava di avere filmati e fotografie inerenti le operazioni di contraffazione che si effettuavano nei macelli e negli stabilimenti in cui la cooperativa effettuava il proprio lavoro. Con quelle affermazioni avrebbe ricattato i vertici della cooperativa, minacciando di svelare le operazioni di falsificazione che si effettuavano. Come si è appreso, immediatamente dopo l’arresto degli esecutori e del mandante, le operazioni di contraffazione e di “sbollo” dei prosciutti avveniva presso alcune aziende del territorio.

Un delitto deciso per coprire una truffa a base di prosciutti con marchio falsificato da immettere sul mercato, è il contesto dell’omicidio del macellatore tunisino. Un contesto che si intreccerà, come si apprenderà durante lo svolgimento del processo, con la mafia, il riciclaggio di denaro sporco, “strane” interferenze con i palazzi della politica romana.

Ismail era uno dei tanti lavoratori stranieri che in questi anni hanno trovato, nel distretto alimentare di Castelnuovo Rangone, un'opportunità lavorativa. Oltre ad apprendere un mestiere ne carpì anche i suoi segreti e, tra questi, la contraffazione dei marchi. Contraffazione che altri lavoratori stranieri ritenevano una normale attività da eseguire, perché non ne conoscevano le norme igienico-sanitarie e le leggi che vietavano tali operazioni.

Ismail capì che quelle attività erano illecite, ma comprese molto bene che giravano tantissimi soldi, come si è anche appreso nel corso del processo. Capì anche, altrettanto bene, che a lui toccava una fettina della torta molto piccola rispetto al business che, anche lui, contribuiva a generare. Iniziò un gioco sporco e pericoloso: ricattare i dirigenti della cooperativa minacciando di svelare tutto con il supporto di foto e filmati. Fu ucciso perché minacciava di svelare attività illecite che lui  e la cooperativa per cui lavorava, effettuavano per conto terzi.

L’assassino, i suoi complici ed il mandante sono in galera dopo tre gradi di giudizio, ma del processo sulla contraffazione non si sa ancora nulla! Eppure Ismail fu ucciso per coprire quelle attività illecite e, indirettamente, altre situazioni più pesanti ed imbarazzanti.

Una storia che vede coinvolto un lavoratore straniero, assassinato con sette colpi di pistola alla schiena, senza legami affettivi qui in Italia, quindi nessun movimento, comitato o familiari chiederanno conto di quell’inchiesta e del suo conseguente processo. Passeranno gli anni e, come succede in Italia, anche questo scandalo andrà in prescrizione.

Mentre, se qualcuno cercherà di sollevare la questione, verrà ritenuto irresponsabile, per l’immagine negativa che ne potrà avere il territorio. Oppure, se qualche giornalista cercherà di occuparsene, se non verrà censurato, il suo lavoro verrà trasmesso o pubblicato in orari impossibili o sepolto in qualche inserto di quotidiani nazionali venduti al kg. Così è successo con il documentario “il paese del maiale”, di Matteo Scanni e Ruben Oliva, trasmesso nella notte del 24 agosto 2006, su RAI 3 nel contenitore DOC 3. Documentario andato in onda con mezza Italia in ferie, compresi i giornalisti locali che, nei mesi del processo, erano stati così precisi e puntuali nel riportare le cronache giudiziarie.

Da non dimenticare lo spiacevole e recente episodio, al confine con la censura accaduto il 20 giugno 2008, che ha visto protagonista LIBERA di Don Ciotti e i comuni dell'Unione "Terre di Castelli". Il documentario "il paese del maiale" doveva essere proiettato, con successivo dibattito, ma gli amministratori locali sono intervenuti per eliminare l'appuntamento [LEGGI]. L'indifferenza e il silenzio su questi temi continuano!

Ritornando ai temi del processo, significative sono state le dichiarazioni riportate del Pubblico Ministero di Reggio Emilia Lucia Russo:  “chi ha ucciso Ismail è stato mosso da rancore e vendetta, dalla volontà di sopprimerlo per liberarsi di una persona che minacciava di rivelare alle autorità un presunto traffico illecito di contraffazione di prosciutti alquanto lucroso”. Sempre il PM reggiano, dopo pochi mesi di indagine dichiarò: ”molte persone avevano interesse a mentire, è stato faticoso ottenere informazioni anche banali. Sin dal ritrovamento del cadavere abbiamo avuto a che fare con persone che non mostravano disponibilità a collaborare. E’ stato faticoso, c’era un atteggiamento di paura”.

Affermazioni che purtroppo descrivono un ambiente che può tranquillamente essere definito omertoso, che lega ed intreccia paura, indifferenza e complicità. Un ambiente che si è sviluppato e forgiato nelle zone grigie dell’illegalità del lavoro e che ha costituito il brodo di coltura da cui si sono generate persone senza scrupoli come gli assassini di Ismail, ma anche lo stesso Ismail.

Per evitare che tutto ciò possa riaccadere è necessario sradicare e contrastare tutti i  fenomeni che lo hanno fatto sviluppare, come affermato in precedenza: le illegalità del lavoro, prima fra tutte la somministrazione illegale di manodopera, effettuata da false cooperative di facchinaggio.

La DIMAC era una di quelle cooperative. Offriva servizi a prezzi sfacciatamente concorrenziali e, tanti imprenditori locali, ne hanno utilizzato i suoi servizi. Stiamo parlando di tariffe orarie con cui è impossibile mantenere in regola nessun dipendente o socio lavoratore e, tra l’altro, inferiori a quelle previste dal Ministero del Lavoro per le attività di facchinaggio. Come la DIMAC, tante altre cooperative offrivano servizi a prezzi analoghi, ma pochi sono stati gli imprenditori che si sono posti il problema, se non di tipo etico almeno legale.

Arriva poi la Legge 30 con la conseguente abrogazione della Legge 1369/60 (quella che vietava l’intermediazione di manodopera, o il caporalato, e che sanzionava anche i committenti), e agli imprenditori arrivano messaggi che tutto è consentito e i controlli, tanto, sono quasi inesistenti!

La politica e le istituzioni locali non hanno ancora capito la gravità del problema e lo affrontano dalla parte sbagliata, cioè la valorizzazione del distretto. Nessuno che si sia posto il problema di un intervento più diretto o incisivo per isolare chi compromette l’affidabilità del sistema. Quasi una difesa di tutti in nome della competizione globale che, per qualcuno, può far pagare anche questi prezzi.

I responsabili materiali di quell’omicidio sono in prigione, ma il brodo di coltura è ancora qui, pronto a generare altri mostri, altre contraffazioni alimentari, altre cooperative con i suoi caporali pronti a dare lavoro al disperato di turno. E altri disperati di turno che, in quel brodo, saranno disposti a tutto per passare da una briciola di torta ad una fetta più consistente!

Noi, nel silenzio assordante che si è generato su questo episodio, continuiamo a mantenere accesa questa fiammella con la speranza che, un giorno, possa spegnersi con l’arrivo della luce del sole. Il sole della giustizia, della legalità, della responsabilità etica e sociale.

Umberto Franciosi


IL PAESE DEL MAIALE: ecco alcuni pezzi del documentario

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