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False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni


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IL CASO SUINCOM

SANGUE, AFFARI, CONTRAFFAZIONE ALIMENTARE, FALSE COOPERATIVE E CAPORALATO.

Una storia italiana. Una storia di un Paese in attesa di diventare "normale"

[RASSEGNA STAMPA SUL CASO SUINCOM]

 

Questa è una storia di contraffazione dei prosciutti, lo “sbollo”, di un processo mai partito e di un omicidio per proteggere quello “sporco affare”. Una storia di aziende con fatturati che esplodono, servizi segreti che inviano rapporti, l’ombra della mafia e della politica romana sullo “sporco affare” dello “sbollo”. Dopo l’omicidio, che svelò l’enorme scandalo alimentare, il business non s’interrompe. Gli affari continuano ad andare a gonfie vele, anche grazie all’utilizzo irregolare di false cooperative che generano evasione fiscale e contributiva, sfruttamento di lavoratori  e caporalato.

Questa è la pesante storia della SUINCOM, la seconda impresa europea della lavorazione delle carni suine, di un distretto e di un sistema che continua a sopravvivere nella ricca Emilia. La Regione “rossa”, la terra delle antiche cooperative, della mutualità, della solidarietà e dell’alternativa al sistema di produzione capitalistico.

Quello di Reggio Emilia poteva essere uno dei più importanti processi italiani in materia di contraffazione alimentare, con decine di interrogatori della polizia giudiziaria e centinaia di testimoni chiamati a deporre. Le indagini furono condotte dai carabinieri, coordinate dal sostituto procuratore Lucia Russo. Lo scandalo della contraffazione consisteva nelle operazioni di “sbollo”, cioè la contraffazione dei marchi sulle cosce suine.

Carni di nazionalità diverse potevano essere “nazionalizzate” attraverso l’asportazione del timbro originario con uno strumento abrasivo (flessibile) e l’applicazione di un altro timbro nazionale. Oppure cosce suine extraeuropee potevano, con le stesse operazioni, diventare “magicamente” europee.  Operazioni che fruttavano milioni di euro. Operazioni di frode alimentare che  facevano salire vertiginosamente il fatturato e trasgredivano le più elementari norme di sicurezza alimentare (tracciabilità). Questo “sporco affare” viene alla luce mentre si indaga sull’omicidio di Ismail Jauadi, socio lavoratore  di una falsa cooperativa: la DIMAC di Castelnuovo Rangone.

Ismail  sapeva troppe cose. Conoscenze e segreti che voleva utilizzare per fare soldi facili,  ricattando i vertici della cooperativa. Minacciava i dirigenti della sua società di svelare i segreti dello “sbollo”, se non riceveva soldi, tanti soldi! Denaro in cambio del silenzio.  Denaro che ha procurato la sua tragica morte in una calda notte del luglio 2002.

Ismail era un socio lavoratore straniero di una delle tante false cooperative che infestano il territorio modenese, in particolare nel comparto alimentare. Socio di una falsa cooperativa che somministrava, impunemente e illegalmente, manodopera in molte aziende alimentari castelnovesi, compresa la SUINCOM di Castelvetro di Modena.

La DIMAC era una cooperativa che aveva la propria sede legale presso il suo consulente, ex ispettore del lavoro in pensione, diretta da un Consiglio di Amministrazione composto prevalentemente da siciliani e qualche campano e i suoi soci lavoratori, somministrati e appaltati, erano quasi tutti lavoratori stranieri. Alcuni mesi prima dell’omicidio molti soci della DIMAC erano magicamente passati a libro paga della SUINCOM, ricevevano quindi una busta paga dalla SUINCOM, al minimo salariale e altri denari venivano distribuiti dalla DIMAC, ovviamente elargiti in nero. Quindi, formalmente, i soci lavoratori della DIMAC risultavano dipendenti della SUINCOM, ma nei fatti erano gestiti dai caporali della stessa cooperativa. Probabilmente l’unico caso italico in cui un lavoratore può vantare di avere due datori di lavoro!

Per l’omicidio di Ismail andarono  immediatamente e velocemente alla sbarra  quattro soci lavoratori della cooperativa DIMAC di Castelnuovo Rangone. Sono Gaspare Mattarella, il presidente, Biagio Grassia, il killer, e i complici Antonio Erbini e Mario De Luca. Insieme attirarono Ismail in una trappola la sera del 24 luglio 2002, facendogli credere che ci fosse da sbrigare un lavoro urgente in una ditta di Poviglio (RE). Invece lo ammazzarono dentro una vigna, per eliminare un testimone scomodo e mettere fine alle sue crescenti pretese estorsive.

Da quanto si apprende nel primo processo gli illeciti sarebbero stati  documentati, da Ismail, con un filmato effettuato presso i locali della  SUINCOM di Castelvetro (MO). La SUINCOM è una grossa impresa della lavorazione delle carni suine. Un'impresa che lavora e rivende cosce di maiale a molti dei più noti marchi della salumeria italiana.

Lo scandalo non doveva essere scoperto, per questo Ismail fu ammazzato. Ammazzato da soci lavoratori che effettuavano queste operazioni per conto terzi, cioè per la SUINCOM di Castelvetro di Modena, la seconda impresa europea della lavorazione delle carni suine.  Le operazioni di “sbollo” venivano effettuate su cosce suine di proprietà della SUINCOM, la DIMAC somministrava solo lavoratori attraverso discutibili appalti di manodopera.

Durante le indagini sull’omicidio del socio lavoratore, l’Amministratore delegato della SUINCOM, Agnani Roberto, si avvalse della facoltà di non rispondere perché imputato nel “procedimento connesso”, cioè quello sulla contraffazione dei marchi delle cosce suine.

Il filmato, che avrebbe girato Ismail, non fu mai trovato. La compagna italiana del socio lavoratore assassinato, che nel frattempo si era costituita parte civile nel processo, si ritirò grazie ad una discreta somma di denaro ricevuta come risarcimento.

Del processo sulla contraffazione, che passò nel 2004 alla Procura di Modena per competenza territoriale,  non se ne sa ancora nulla. Nessuna informazione, come solitamente accade quando vi sono presunte frodi o scandali alimentari, nonostante 35 indagati, decine di testimoni, rapporti dei servizi segreti e controlli dei NAS e una mega ispezione con oltre 100 uomini tra forze dell’ordine ed ispettori del lavoro effettuata il 18 ottobre 2006.

I mezzi di comunicazione locali se ne stanno “prudentemente” lontani da questo caso che può generare solo rogne e infiniti problemi per i troppi interessi che, inevitabilmente, si toccherebbero ad informare l’opinione pubblica.

Problemi e rogne che, invece, sono arrivati a Ruben Oliva, regista del bel documentario “il Paese del Maiale” che, insieme a RAI 3, si è visto recapitare una denuncia per diffamazione dalla stessa SUINCOM. Quel documentario, trasmesso in una notte dell’agosto 2006, con mezza Italia ancora in ferie, raccontava la pratica dello “sbollo”, gli intrecci tra mafia e politica romana venuti alla luce durante le fasi del processo e lo sfruttamento dei lavoratori inquadrati nelle false cooperative. Un documentario che raccontava quello che tutti sanno qui a Modena, ma che non si può raccontare all’Italia perché, forse, si svelerebbe quanto immenso è il giro d’affari del “sistema”.

Era un giro d’affari colossale. Il fatturato della SUINCOM sale vertiginosamente fin dal 2001. E’ in questa impresa che gli operai della falsa cooperativa DIMAC, sin da quel anno, vengono inviati per servizi di disossamento e facchinaggio. Qualcosa però non quadrava: nello stesso periodo, a fronte di una crescita abnorme del fatturato, arrivò una comunicazione riservata dei servizi segreti, che invitavano a tenere monitorata l' attività della SUINCOM.

Mentre la procura di Reggio Emilia stava ancora indagando, nell'agosto del 2002 il vice presidente della DIMAC, Domenico Muratore, riceve delle telefonate della Sicilia. Il pubblico ministero Lucia Russo chiede informazioni ai Carabinieri di Mazara del Vallo: l' ipotesi è che la mafia stia cercando di infiltrarsi nell' azienda emiliana. Una seconda telefonata arriva da Roma. Viene da un ufficio della Presidenza del consiglio. Un personaggio misterioso, che si presenta come Francesco, chiede un aggiornamento sulle indagini e si mette a disposizione. Dice così: «Se avete bisogno di aiuto, noi interveniamo». Muratore però ha paura che la chiamata sia intercettata, così taglia corto: «Per telefono non posso parlare - dice - ci risentiamo». Ma la conversazione, che viene registrata, non avrà seguito.

Intanto i carabinieri accumulano intercettazioni: provano che ogni notte migliaia di cosce di maiale vengono falsificate. Cosce provenienti da Danimarca, Olanda o dall' Est europeo, dopo essere state rimarchiate e nazionalizzate, quadruplicano di valore ed entrano nel circuito dei marchi più prestigiosi, di importanti e rinomate aziende alimentari. Alcuni di questi nomi fanno parte del prestigioso Consorzio del Prosciutto di Parma. E' un gioco rischioso ma redditizio. A un anno dall' inizio delle indagini, mentre i telefoni delle aziende del prosciutto sono ancora sotto controllo, la contraffazione continua a pieno ritmo.

Il fatturato della DIMAC vola. Dal 2000 al 2002 sui conti correnti bancari della cooperativa transitano 7 miliardi delle vecchie lire. Una parte rilevante di questi importi è utilizzato per il pagamento di false prestazioni a società inesistenti.

La sentenza dell' 11 giugno 2004 chiude un capitolo. I quattro imputati sono riconosciuti colpevoli, con pene che vanno dai 23 anni all' ergastolo. Sentenze che vengono poi riconfermate in appello, anche se con una lieve riduzione degli anni da scontare.

La DIMAC chiude i battenti, ma gli operai sono assunti da altre cooperative di facchinaggio e ricominciano a lavorare.  Infatti quasi tutti i soci furono inseriti in altre false cooperative, create all’uopo, fra queste anche quella della consulente della stessa SUINCOM. 

All’interno della SUINCOM le false cooperative prolificano, cambiano nome con una frequenza impressionante, ogni qualvolta che accade qualcosa (infortunio serio, accertamenti della Guardia di Finanza, accertamento di lavoro nero o evasione contributiva) le cooperative si sciolgono e magicamente risorgono, con altro nome ed altro presidente. Caporali della disciolta DIMAC che, passando di cooperativa in cooperativa, sempre tutte rigorosamente false, gestiscono centinaia di lavoratori extracomunitari, alcuni di questi con documenti irregolari. Gli affari continuano e le segnalazioni del sindacato, inviate all’INPS, INAIL e Direzione Provinciale del Lavoro di Modena, continuano ad essere inesorabilmente inascoltate.

Molte segnalazioni riguardavano la somministrazione irregolare di manodopera, ma anche lavoro nero, evasione fiscale e contributiva. Segnalazioni, ad oggi 80, riferite non solo al sito produttivo della SUINCOM, ma anche ad altre imprese del distretto. Purtroppo, a Modena, visto il silenzio e una sola risposta avuta dalla Direzione Provinciale del Lavoro, possiamo dedurre che il reato di somministrazione illegale o fraudolenta di manodopera non esiste. Eppure abbiamo indicato testimoni e descrizioni precise, ma non è stato sufficiente. Probabilmente non sappiamo leggere o interpretare le Leggi, ma nessuno l’ha mai fatto notare al sindacato.

Solo il 18 ottobre 2006 qualcosa si muove: un massiccio intervento della Guardia di Finanza di Bologna coordinata dal Pubblico Ministero di Modena Fausto Casari. Cento uomini che accerchiano l’azienda e perquisiscono le sedi delle cooperative. Ancora, ad oggi, non si sa nulla di ufficiale solo indiscrezioni: oltre 600.000 euro di evasione contributiva e forse altro ancora.

Nonostante denunce, segnalazioni di lavoro nero e somministrazione irregolare di manodopera e l’invasione delle forze dell’ordine, del 18 ottobre 2006, la SUINCOM va avanti, cresce e si allarga con un complicato intreccio societario. Dal 2006 rileva ben tre prosciuttifici attraverso affitti di rami di azienda. Da evidenziare che i tre prosciuttifici rilevati erano, all’epoca dell’omicidio di Ismail, i maggiori clienti della stessa SUINCOM che, come appare da alcuni atti processuali, commerciavano ingenti quantità di cosce suine  a prezzi molto bassi.

Il particolare più interessante era ed è sempre stata l’’assoluta tranquillità che, la dirigenza della SUINCOM e la sua consulente, ostentavano nei confronti delle rivendicazioni del sindacato, i quale contestava la regolarità e la legittimità degli appalti di manodopera. Per la SUINCOM, l’utilizzo di queste false cooperative, era più che legittimo con tanto di garanzia ottenuta dalla Direzione Provinciale del Lavoro di Modena, come da loro spudoratamente millantato in più occasioni. Per il sig. Agnani, presidente della SUINCOM, tutta l’organizzazione del lavoro presso la sua azienda rispettava la legge.

Doveroso  evidenziare che interpellata per iscritto, la Direzione Provinciale del Lavoro di Modena, ha smentito verbalmente questa discutibile “consulenza”. Alla SUINCOM, come in tutte le imprese del distretto alimentare, si continuava ad affermare che tutto è in regola, nel pieno rispetto delle norme di legge e dei contratti di lavoro. Sempre le solite giustificazioni: la Legge 30, il DPR 602/70 e le indicazioni della DPL locale che, a loro dire, allargavano le attività effettuabili in regime di applicazione dello stesso DPR 602/70. Tradotto: un decreto che stabilisce la decontribuzione, per alcune attività lavorative, viene letto come lo strumento che legalizza l’appalto per quelle stesse attività. Una “distrazione” che va tranquillamente avanti da anni, divenendo una sorta di “diritto” consolidato. Nel sito trattiamo questo aspetto in pagine dedicate.

Confindustria di Modena, che dovrebbe rappresentare tutte le imprese, comprese quelle serie che vogliono competere regolarmente, difende, a spada tratta, la SUINCOM e tutte quelle che adottano la stessa organizzazione del lavoro. La stessa associazione degli industriali modenese durante un aspro confronto con le organizzazioni sindacali confederali del settore alimentare, in cui si discuteva degli appalti e della somministrazione irregolare di manodopera, risponde con la seguente affermazione: “la casa non brucia” e “tutta l’organizzazione del lavoro, presente nei macelli, rispetta la legge e i contratti di lavoro”. Come dire il problema non esiste.

I clienti della SUINCOM, dopo l’omicidio e le indagini sulla contraffazione, continuano ad acquistare i loro prodotti. Interessante è una parziale ammissione dei legali della SUINCOM, fatta tramite la stampa locale, nella quale si ammettono cambi di marchi solo per soddisfare le esigenze dei clienti. Come dire: attenzione che salta tutto il sistema. Un “sistema” che produce un numero dei prosciutti dichiarati “nazionali” maggiore di quello che i nostri allevamenti suinicoli possono produrre. Un sistema della frode e della contraffazione che droga il mercato, crea concorrenza sleale fra le imprese, pregiudica la sicurezza alimentare e comprime i diritti e sicurezza dei lavoratori.

Un sistema produttivo, legato alle eccellenze della salumeria italiana, che sta degenerando, riduce diritti sul lavoro, coesione sociale e mette a rischio la sopravivenza delle imprese che vogliono stare sul mercato rispettando la legge.

Un sistema che genera concorrenza sleale nel distretto alimentare modenese, il quale non viene contrastato dalle istituzioni competenti, dalle associazioni imprenditoriali e dalla politica. I concorrenti della SUINCOM si adeguano, copiano l’organizzazione del lavoro, costruiscono le loro cooperative e il distretto continua la sua inesorabile corsa verso un destino che ne può compromettere il suo futuro.

Lo “sbollo” probabilmente potrebbe continuare altrove. Resta da spiegare perché la mafia o il potere dei palazzi romani si sono interessati a questa vicenda. Ma le telefonate, fatte dalla Sicilia e da un ufficio della Presidenza del Consiglio a una piccola cooperativa emiliana, dimostrano che gli interessi che girano intorno al mondo dei prosciutti sono enormi.

Interessi enormi su cui è necessario fare assoluta chiarezza per evitare che un importante distretto alimentare, come quello modenese, strategico per la produzione di DOP che fanno grande l’Italia in tutto il Mondo, venga compromesso da simili episodi. Anche il lavoro e la sua organizzazione, compresi i lavoratori, sono un anello strategico in questo meccanismo economico.

Quando il tasso di sfruttamento del lavoro, il lavoro nero o grigio,  le evasioni fiscali e contributive raggiungono il livello che abbiamo visto in SUINCOM, ma anche in altre imprese del settore, le ore del nostro destino sono contante. Non può esserci qualità dei prodotti se non c’è la qualità del lavoro.

In un Pese normale, quel processo, sarebbe già partito e i contrabbandieri della carne, che nel caso in questione sono anche sfruttatori di manodopera, sarebbero già stati condannati.

Invece siamo nell’Italia dei condoni e delle prescrizioni dove un mendicante, una prostituta o un lavavetri viene multato  alla velocità della luce ed esposto al pubblico ludibrio. Tutto ciò accade mentre, una serie di “rispettabili” signori, oltre a sottopagare e sfruttare i lavoratori, hanno fatto crescere i loro fatturati effettuando un po’ di contraffazioni alimentari e continuano, indisturbati, a scorrazzare tranquillamente per le strade con le loro sfavillanti automobili indisturbati, riveriti ed invidiati.

Siamo anche nell’Italia dove si vogliono proibire le intercettazioni telefoniche su quasi tutte le ipotesi di reato così, uno scandalo come quello che viene qui narrato, non potrebbe mai venire alla luce.

Siamo nell’Italia dove chi cerca di raccontare questi fatti corre il rischio di essere azzittito con denunce, minacce o additato come l’untore che minaccia il benessere economico del piccolo paesino o del distretto produttivo.

Questa è una delle tante storie del  nostro Paese e questa è un’altra sua oscura e putrida vicenda che, probabilmente, non verrà mai trattata in un tribunale e anche se partisse il processo oggi, ci sarebbe automaticamente la prescrizione o l’indulto.

Questo è un altro “normale” e piccolo mistero che si aggiungerà agli altri irrisolti “grandi” misteri italiani. Un mistero che verrà alla luce solo quando anche l’Italia, sarà diventato un Paese normale, cioè una nazione in cui non troverà più casa l’omertà, la complicità e l’assordante silenzio ed indifferenza delle istituzioni!

Un passo però lo potrebbero fare quelle grandi aziende alimentari, o la grande distribuzione organizzata, che sventolano i loro sfavillanti codici etici e le loro certificazioni etiche sui prodotti da loro venduti o commercializzati. Queste imprese applichino come si deve il loro codice etico, come dovrebbero fare, anche ai loro fornitori di semilavorati, forse contribuirebbero a risolvere una parte del problema. La SUINCOM, come tante altre imprese del distretto, è un importante tassello della filiera della lavorazione delle carni suine che fornisce importanti imprese salumiere, con noti e rinomati marchi. Se ci fosse un po’ più di etica, forse, saremmo un Paese un po’ più normale.

Ma l’etica, ancora, non trova cittadinanza in uno dei settori produttivi più importanti dell’economia modenese e italiana, come lo è quello dell’agroalimentare.

Marzo 2009

Umberto Franciosi

 


Da quanto sappiamo il processo sulla contraffazione alimentare dovrebbe essere caduto in prescrizione. Un'altra storia italiana, un altro mistero irrisolto, un morto ammazzato, gli assassini in galera che "sbollavano" conto terzi, ma gli affari vanno sempre a gonfie vele nel "Paese del Maiale" e nel "Triangolo delle Bermeude" del distretto alimentare modenese

Umberto Franciosi, ottobre 2010


Ottobre 2010, PM Guariniello: "Molte responsabilità restano nell'ombra e allora non ci si può stupire se molte indagini per frodi finiscono spesso con l'archiviazione" ha detto Guariniello che ha aggiunto "Bisogna evitare che tra gli imprenditori che commettono reati di frodi alimentari si diffonda un senso di impunità e che i processi in questo campo procedano in modo troppo lento". Il caso SUINCOM è uno di questi! [leggi]


Aprile 2011, Tribunale di Modena, querela della SUINCOM contro RAI 3 e Ruben Oliva per la messa in onda del documentario "Il Paese del Maiale": non luogo a procedere perchè il reato non sussiste! Fallito il tentativo della SUINCOM di chiudere la bocca, di intimidire e di censurare chi ha avuto il coraggio di raccontare la verità [leggi la sentenza]

 

 29 aprile 2011. COMUNICATO STAMPA DELLA FLAI CGIL DI MODENA SU SENTENZA TRIBUNALE DI MODENA

 [Leggi]


Maggio 2013 ancora sulla "Sbollatura prosciutti"

 

 

"CIBO CRIMINALE, ABBIAMO AGGIUNTO UN POSTO A TAVOLA. SI E' SEDUTA LA MAFIA"

Libro sicuramente da leggere di Mara Monti e Luca Ponzi.  Si narra di fatti ed eventi ampiamente rendicontate in questo sito.

Un assaggio lo si può già trovare in rete [leggi]

 

 

 

 


Mario De Luca, ex socio della cooperativa DIMAC, coinvolto nell'omicidio di ISMAIL JAOUADI, anch'esso socio della medesima cooperativa che aveva minacciato di svelare lo "sbollo" dei marchi sulle cosce suine che avveniva presso la SUINCOM, in libertà vigilata, ritorna in galera. Voleva rientrare nel "business" dei macelli: o l'appalto o un posto di lavoro, presentandosi come un camorrista.

La Gazzetta di Modena del 17 aprile 2010 [LEGGI]

 

 

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