Abbiamo deciso di organizzare questo convegno sull’onda di un fatto grave avvenuto quest’ estate: un omicidio di un socio-lavoratore di cooperativa 602, Ismail Jaouadi, che prestava la sua attività presso imprese di macellazione nel comparto suino.
Non è la prima volta che ci troviamo a denunciare fenomeni di destrutturazione del mercato del lavoro, dei diritti, delle condizioni di lavoro in questo comparto così come non è la prima volta che discutiamo delle prospettive del settore sull’onda di crisi ed emergenze.
Ormai parlare di emergenze in questo settore rischia di essere a dir poco un eufemismo visto che, polli alla diossina, influenze aviarie, afta, blu tongue, BSE, ecc., si manifestano con sempre maggiore frequenza, profondità e pervasività ed investono fattori che vanno dalla salute e sicurezza del cittadino/consumatore, al benessere animale, alla sostenibilità ambientale, ai diritti ed alla condizione del lavoro.
Potrà apparire forte utilizzare anche in questo caso il termine emergenza ma penso sia giustificato dal fatto che purtroppo la situazione si presenta ancor più grave di quanto da noi più volte denunciato e mette in luce una destrutturazione della filiera che, oltre al lavoro ed all’affidabilità del prodotto, è arrivata ad intaccare lo stesso tessuto sociale, le regole democratiche e di coesione del territorio.
E’ il risultato estremo della scelta della “via bassa” della competitività, tutta centrata sul taglio dei costi fino all’uso del prodotto (in particolare la carne fresca) come “prodotto civetta” da parte della grande distribuzione.
Una destrutturazione della filiera, che si è manifestata con:
1) attacco ai diritti ed alle tutele del LAVORO
- non rispetto del CCNL;
- uso indiscriminato degli appalti fino all’intermediazione di manodopera;
- evasioni contributive;
- gravose condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori.
Ciò con particolare gravità e diffusione nella fase di macellazione.
2) stress su qualità e prezzo del PRODOTTO
frutto della rincorsa spasmodica per produrre in alte quantità, in tempi sempre più corti (allevamenti intensivi ed alimentazione non naturale per avere una rapida crescita degli animali) ed a costi sempre più bassi un prodotto che poi la GDO ha progressivamente svalorizzato.
L’inserimento nel ciclo produttivo di cooperative 602, spesso avvenuto in modo illegale come dimostrano denuncie ed interventi, anche se troppo pochi, dei servizi ispettivi INPS, Ufficio del Lavoro, NAS, ecc. (non rispetto della L. 1369 su appalti ed intermediazione di manodopera, dei CCNL e dello stesso DPR 602 costituendo finte cooperative) è stato uno degli strumenti principe di tale destrutturazione. Una destrutturazione che, come dimostra la vicenda di Poviglio, ha prodotto anche illeciti e/o frodi, sicuramente fiscali se non addirittura nei prodotti e materia prima.
Tali fenomeni, che ripeto non possono essere sminuiti ad incidenti di percorso o ridotti a problema della sola magistratura, sono ormai parte del sistema; inquinano le regole del mercato e della concorrenza metteno a serio rischio la stessa qualità sociale e la sicurezza del territorio. E’ per tale ragione che diciamo: NON E’ PIU’ IL TEMPO DELLE ATTESE, NON CI SI PUO’ CHIAMARE FUORI ma occorre un intervento convergente che vada alle radici del fenomeno.
In questi anni che ci separano dal primo caso di BSE in Italia, i Governi che si sono succeduti hanno assunto vari provvedimenti di sostegno al settore ed ai produttori:
-agli allevatori per l’abbattimento, per il rinnovo del parco zootecnico e per gli incentivi alla razza;
-ai macelli ed alle macellerie per far fronte ai cali produttivi e delle vendite;
-agli smaltitori per l’incenerimento/smaltimento delle farine animali, delle parti a rischio, degli scarti;
-ai servizi sanitari per effettuare i test;
gli unici che non solo non hanno avuto benefici ma neppure gli ammortizzatori (vedi casi degli stagionali e dei soci lavoratori di coop 602) sono stati i lavoratori il cui lavoro continua ad essere, nonostante le innovazioni tecnologiche ed impiantistiche introdotte, pesante, rischioso, ed esposto a malattie professionali.
Avevamo chiesto che nel decreto fossero previste azioni e risorse per l’occupazione (ammortizzatori), per la riqualificazione professionale, e per sostenere interventi sull’OdL e sull’ambiente di lavoro (informazione sulle possibili malattie trasmissibili dall’animale all’uomo e le vie di contagio; alleviamento dei disturbi muscoloscheletrici attraverso rotazioni, pause; ecc.), ma nulla si è visto.
Lo stesso è avvenuto quando c’è stata la crisi aviare dove i lavoratori che operavano nelle coop L.240 e gli avventizi privi di ammortizzatori hanno perso migliaia di giornate in termini di reddito e di copertura previdenziale.
Sono tutti esempi, purtroppo ripetuti, di come il LAVORO sia tenuto in considerazione, anche quando si fanno politiche pubbliche e politiche di sostegno all’AgroIndustria.
LE TENDENZE ED I PROCESSI IN ATTO NELLA FILIERA
La composizione della platea con molti addetti ai lavori mi consente di procedere per grandi schemi ma, fornire alcuni dati di quadro, mi serve per tratteggiare lo sfondo su cui si inseriscono le nostre proposte.
BOVINO
A due anni dai primi casi di BSE in Italia i problemi sollevati non sono stati risolti:
-rinnovo capi/parco zootecnico ed alleggerimento della dipendenza dall’estero;
-recupero della produzione delle razze nazionali;
-alimentazione e benessere animale;
-rintracciabilità – etichettatura – certificazione - anagrafe bovina;
-volorizzazione del lavoro e delle professionalità;
-ricomposizione del ciclo produttivo;
-riequilibrio della catena del valore;
-trattamento del 5/4 e degli smaltimenti;
-controlli sanitari;
-lotta alle frodi.
Un lungo elenco a cui oggi si risponde con una realtà che è caratterizzata da:
-ritardi nell’imboccare decisamente la strada di sistemi alternativi di alimentazione e di allevamento basati sul benessere animale;
-consumi in continuo calo anche perché manca una efficace politica di qualificazione e sicurezza del prodotto (es. rintracciabilità; innovazione/diversificazione prodotto);
-accentuarsi di conflitti sulla catena del valore con una crescita di tensione sull’anello più debole (il macello) che risente maggiormente dell’aumento dei costi imposto dalle misure per garantire la sicurezza;
-permanere di difficoltà ed ostacoli a politiche di marchio e di valorizzazione del prodotto essendo la carne fresca ancora il prodotto prevalente.
Insomma, non è stata vinta la sfida di fare della crisi l’occasione per una riorganizzazione, rilancio ed innovazione della filiera come avvenne per la crisi del vino; non c’è stata una ricomposizione del ciclo produttivo, troppo frantumato con i suoi 2.000 ed oltre macelli di cui solo il 13% con bollo CE.
L’Italia continua così a perdere competitività con l’estero sia in volumi e soprattutto in valore (sia su animali vivi che carne) con un peggioramento della bilancia commerciale.
SUINO
E’ un settore la cui bilancia commerciale continua a segnare rosso.
Vive forti fluttuazioni dei prezzi della materia prima (molto più degli altri paesi concorrenti).
Non si riescono a valorizzare tutte le parti dell’animale in quanto la politica di valorizzazione del prodotto passa principalmente attraverso la dop nel prosciutto mentre troppo poco si fa per valorizzare le altre parti con lavorazioni delle carni per produrre carrè, spalla, salumi, ecc..
Vanno pertanto incentivati progetti come quelli di allestire una “Galleria delle razze autoctone italiane” nel suino e di riconoscere il DOP per il salame nostrano italiano.
AVICOLO
Rispetto agli altri due settori presenta andamenti positivi della bilancia commerciale in quanto la materia prima - animali e carne - proviene in prevalenza da produzioni nazionali; c’è autosufficienza.
In questi anni si è fatto uno sforzo per la innovazione di prodotto e tecnologica e si è realizzata una ricomposizione/controllo della filiera anche attraverso integrazioni verticali che hanno portato a concentrazioni ed alla costituzione di grandi gruppi che detengono dagli incubatoi, ai mangimifici, agli allevamenti, ai macelli fino alla produzione e vendita di piatti pronti. Si sta operando per dare vita ad un marchio “pollo italiano”, per introdurre la rintracciabilità e per aumentare i volumi di prodotti biologici, ma ciò avviene con troppa lentezza e senza una politica organica di settore.
Il settore resta pertanto fortemente esposto alle variazioni di prezzo (anche del 100%, da 0.98 a 0.51 euro/kg, nel giro di pochi giorni), alle crisi per sovrapproduzione ed anche all’aggressività sempre più forte di competitori emergenti (il caso del pollo brasiliano o thailandese) o anche di paesi come la Spagna.
Le tendenze prevalenti nell’insieme del settore zootecnico sono comunque quelle di una diminuzione del patrimonio zootecnico italiano e della produzione di carne e di una crescita troppo lenta di attività che puntino all’innovazione di prodotto (porzionato, preparato, pronto, ecc.) e di servizio per aggiungere valore, col risultato che aumenta la nostra dipendenza dall’estero in un segmento strategico che rappresenta circa il 40% della PLV dell’agricoltura nazionale (fatturato carne: bovino 5.160 m/euro; suino 7.820 m/euro; avicolo 4.545 m/euro).
In generale, pertanto, la filiera resta fragile perché:
1. subisce la competizione degli altri paesi concorrenti, nei mercati e nelle fasce alte così come in quelle basse. Da una indagine ISMEA emerge che il 75% di chi opera nel Suino ed il 65% nel Bovino, giudica il trend della concorrenza in aumento;
2. esposta alle emergenze sanitarie/alimentari così come a quelle dovute a frodi/illeciti che ha portato a perdita d’immagine e di affidabilità del prodotto. Ciò è tanto più grave in un settore dove quando c’è una emergenza, tutti ne vengono trascinati. I dati del 2001, anno della crisi BSE, mostrano che in rosso hanno chiuso sia le lavorazioni carni, che gli elaborati, che gli insaccati e salumi, che l’industria delle carni; solo salati ed affumicati hanno segnato un più);
3. vive una pressione sui prezzi sia dovuta ai paesi emergenti ma anche e soprattutto per effetto delle politiche della distribuzione e della GDO.
Chi nella filiera e lungo il processo sta risentendo maggiormente di tale fase di crisi e riorganizzazione è la lavorazione delle carni che, guardando i dati ISMEA, ha fatto registrare nel periodo che va dal 1995 al 2001, continue stagnazioni e variazioni in basso della produzione con eccezione del solo 1997.
LE RISPOSTE DEGLI ALTRI PAESI: i casi di FRANCIA e IRLANDA.
Altri paesi hanno affrontato le crisi e l’evoluzione del settore con intervenuti a livello di sistema, promuovendo le produzioni nazionali, e centrando le azioni su:
-l’alimentazione e l’allevamento naturale e rispettoso del benessere animale (non solo come questione etica ma anche gastronomica ed a garanzia della qualità),
-una maggiore e corretta informazione (etichettatura e tracciabilità),
-un sistema efficiente di controlli sanitari e contro le frodi;
il tutto corredato da un piano aggressivo di comunicazione/promozione verso il mercato ed i consumatori (vedasi marchio Pays de France: tutto il sapore della carne).
Hanno queste caratteristiche sia il progetto SOPEXA, allevamento di vitelloni destinati all’esportazione (jbe), che il BORD BIA che si propone di promuovere l’Irlanda come ambiente di produzione della carne naturale (allevamenti estensivi e all’aperto, al pascolo).
ALCUNI DATI DI UNA RICERCA ISMEA SULLE IMPRESE ITALIANE
Comportamenti contraddittori dei produttori italiani emergono da una indagine ISMEA sulla Competitività delle imprese italiane di trasformazione delle carni.
Infatti, mentre tutti indicano nella qualità del prodotto e nel miglioramento ed innovazione di prodotto le opportunità e le sfide, quando si va ad analizzare quali sono poi gli interventi ed i comportamenti concreti per migliorare la qualità, ci si accorge che prevalenti sono quelli rivolti all’innovazione di linee di lavorazione (quindi ad innovazione di processo) rispetto ad interventi per ampliamento della gamma, ad elaborati o ad altre innovazioni di prodotto; così come resta debole, tra le scelte strategiche intraprese, quella per fornire servizi al cliente, per migliorare la logistica/distribuzione, per ampliare il portafoglio prodotti e deboli restano gli investimenti in marketing, commerciale ed in R&D.
Insomma, una buona percezione di quali sono le sfide ed i fattori per la competizione ma poi una pessima capacità di mettere in opera le scelte conseguenti.
Se l’obiettivo è QUALITA’ e SICUREZZA, bisogna RIPARTIRE DAL LAVORO ed imboccare un percorso virtuoso che consenta una “bonifica” ed un rilancio/innovazione della filiera chiamando tutti gli attori: parti sociali, istituzioni, organi di controllo/prevenzione/repressione - ampiamente presenti oggi e che ringraziamo - a pronunciarsi e ad assumere una funzione attiva nel processo.
Attacco all’Art 18, Libro bianco e Disegno Delega 848 sulle modifiche da apportare al MdL (già approvato al Senato), allargamento delle attività organizzabili in Coop DPR 602 e “riforma” / cancellazione della L.142 sul socio lavoratore, sono tutti interventi che hanno avuto e che hanno una radice comune: una idea del lavoro come un costo, un intoppo, una MERCE e non come una risorsa e che quindi troverà la più netta opposizione della CGIL e della FLAI.
Vi chiediamo di pronunciarvi, di prendere partito, affinché certi fenomeni si arrestino e si torni a discutere delle prospettive dell’apparato produttivo del paese, dell’andamento dell’economia reale, del lavoro e delle garanzie per l’occupazione.
I terreni di iniziativa che proponiamo sono tre:
A. Politiche AgroIndustriali
B. Politiche del LAVORO e dei Diritti
C. Politiche di prevenzione/vigilanza/controllo
A) POLITICHE AGROINDUSTRIALE
Per rilanciare ed innovare la filiera carni, la risposta va ricercata in un intervento di sistema capace di garantire Sicurezza, Qualità, Informazione, Innovazione, immaginando che il consumatore può anche essere disposto a pagare qualche cosa in più per avere un prodotto più sicuro, di migliore qualità e gusto, e con servizi più avanzati.
Anche per questo una particolare attenzione va rivolta alle politiche commerciali ed al ruolo della GDO affrontando con forza il problema del valore e del prezzo della carne, o ancor meglio il problema di chi determina la catena del valore e di come si scaricano costi e guadagni; non è infatti un caso che la destrutturazione del lavoro e del processo produttivo sia avvenuta per prima là dove il rapporto diretto con il commercio e la distribuzione era ed è prevalente e cioè nel settore bovino.
1. diffondere, lungo l’intera filiera, la rintracciabilità/etichettatura/certificazione finalizzate a fornire maggiori, più chiare e più complete informazioni al consumatore;
2. puntare alla innovazione di prodotto aggiungendo lavorazioni (2°; 3°; 4° fino ai piatti pronti), introducendo più diversificazioni di scelta e di prezzo (il primo prezzo, il mass market e la fascia alta nelle carni; freschi di elevata qualità; salumi di elevata tipicità; ecc.), e dando un maggior contenuto di servizio al consumatore (informazione e conoscenza per il consumo);
3. sviluppare e valorizzare le Produzioni Tipiche (DOP, IgP, ecc.) e promuovere marchi italiani e/o di distretto (es. marchio carni di razze italiane nel bovino; progetto di allestire una “galleria delle razze autoctone italiane” nel suino; DOP per il salame nostrano italiano; ecc.).
4. promuovere e sostenere le produzioni biologiche e le produzioni OGM free;
5. investire in promozioni e degustazioni in modo da informare ed educare il consumatore sulle caratteristiche del prodotto carne, anche per utilizzare al meglio il taglio acquistato;
6. riequilibrare la catena del valore attraverso una corretta politica dei prezzi e chiamando in causa le responsabilità della distribuzione;
7. sostenere un progetto industriale per lo smaltimento e/o riciclo degli scarti della macellazione e delle parti a rischio, verificando sia il possibile concorso del settore pubblico che le modalità di ripartizione dei costi lungo tutte le fasi della filiera, fino al consumo, come è avvenuto in Francia;
Sono tutti interventi di sistema che agiscono per qualificare, innovare e dare sicurezza alla filiera; una politica industriale che sceglie la “via alta”.
B) POLITICHE DEL LAVORO E DEI DIRITTI
Abbiamo detto che bisogna partire dal lavoro se si vuole rilanciare la filiera sulla “via alta” della competizione e se si vuole garantire qualità e sicurezza alimentare.
D’altronde, la stessa affermazione più volte sentita che “non si trova manodopera disponibile” sta diventando un alibi per politiche di destrutturazione del lavoro e per pratiche di lavoro nero e/o di evasione contributiva e fiscale.
Infatti la riduzione dei macelli, la forte riorganizzazione del commercio e della distribuzione tradizionale (macellerie familiari) nonché l’arrivo di immigrati dal sud e da altri paesi, stanno costituendo un “serbatoio” per gli impianti industriali.
La stessa indagine che l’IRES Emilia Romagna ha condotto sui processi di esternalizzazione e terziarizzazione dimostra che nei macelli e soprattutto nelle cooperative terze (DPR 602) c’è un altissimo tourn-over con lavoratori che “possono restare dal quarto d’ora ai sei mesi; dipende da quanto vogliono guadagnare”.
Il problema vero è la fuga/deresponsabilizzazione, da parte delle imprese, dalla gestione diretta della produzione e dei fattori produttivi o peggio ancora la pratica di forme più o meno esplicite di intermediazione di manodopera; infatti se si va a vedere chi fa la supervisione ed il controllo, chi esercita il comando, sono sempre i titolari o figure gerarchiche dell’azienda madre.
Possiamo noi accettare e/o promuovere una tale idea di lavoro?
Non c’è il rischio che così facendo si creano le premesse per tanti Poviglio?
In questa direzione vanno purtroppo anche i provvedimenti del Governo (DDL 848 - A.C. 3193), già approvati al Senato ed in discussione alla Camera: destrutturazione del diritto del lavoro; contratto di progetto; staff leasing; lavoro a chiamata, temporaneo, accessorio ed a prestazione ripartita (contratto individuale); outsourcing, liberalizzazione appalti e trasferimenti/cessioni rami - attività - d’impresa.
Sono provvedimenti che la CGIL e la FLAI stanno contrastando, anche con la raccolta di 5 milioni di firme, perché avrebbero come effetto l’ulteriore diffusione di flessibilità selvagge, la completa destrutturazione del mercato del lavoro e dei diritti ed un impoverimento del lavoro e dello stesso concetto di impresa.
1. Mercato del lavoro
L’obiettivo deve essere quello di regolarizzare e qualificare il mercato del lavoro investendo in professionalità, valorizzando il lavoro e considerando la manodopera immigrata una risorsa per il settore. A tale fine bisogna puntare:
a) ad un inserimento e stabilizzazione degli immigrati superando il ricorso temporaneo, straordinario ed a volte anche irregolare della manodopera immigrata per passare a considerarla una vera e propria risorsa per il futuro della filiera; bisogna pertanto puntare all’inserimento stabile, alla professionalizzazione ed all’integrazione nel territorio;
b) ad un progetto per una politica attiva del lavoro e della formazione nel settore fondata su un piano straordinario di formazione professionale e di orientamento al lavoro;
c) ad individuare sistemi di regolazione della prestazione, in un ciclo con forti variabilità dei flussi, che, facendo leva sulla contrattazione e l’intervento sugli orari e l’organizzazione del lavoro possano consentire di trovare soluzione che coniughino le esigenze delle imprese e del mercato con i diritti e la libertà dei lavoratori.
2. Assetti Contrattuali, CCNL, diritti
Il CCNL deve tornare ad essere lo strumento regolatore del rapporto di lavoro evitando fughe in falsi rapporti di lavoro autonomo; a tale fine vanno perseguiti gli obiettivi di:
a) ricomposizione/controllo del processo produttivo e rientro delle esternalizzazioni.
Come FLAI ci proponiamo una campagna per il rispetto del CCNL AgroIndustria che vieta l’appalto di parti del ciclo produttivo e ci impegnamo a rendere ancor più cogente tale norma e tali vincoli nel prossimo rinnovo nella consapevolezza che, per realizzare la rintracciabilità e la sicurezza alimentare ci vogliono attori imprenditoriali veri, con responsabilità, capacità ed etica e non dispersione, frantumazione, finte imprese;
Chiediamo pertanto che non vengano più concessi finanziamenti e risorse pubbliche per investimenti in nuovi impianti e stabilimenti che poi vengano appaltati a terzi; questo non è “intraprendere” ma speculare e “profittare” con i soldi della collettività;
b) superamento della presenza di cooperative DPR 602 nella produzione, invertendo la tendenza di questi anni, in particolare nella macellazione, a moltiplicare gli appalti e le esternalizzazioni. E’ nell’ambito di ricondurre la cooperazione al suo carattere originario di impresa sociale che mette in comune il lavoro e l’autogestione che respingiamo con forza il disegno del Governo (con l’assenso delle centrali cooperative) di smantellare la recente L. 142 del 2001 sul socio lavoratore;
c) superamento della dispersione/frantumazione contrattuale (3, 5, 10 e più contratti nello stesso stabilimento; imprese dello stesso settore che applicano CCNL ed inquadramenti previdenziali differenti; ecc.) che ha portato a dumping tra imprese sul terreno del costo del lavoro e dei diritti ed a distorsioni nel mercato del lavoro. Va pertanto perseguito l’obiettivo di ricostruire assetti contrattuali omogenei a livello di filiera.
In questo ambito vanno recuperate situazioni, frutto anche di accordi sindacali, come quelle del macello INALCA di Ospitaletto Lodigiano dove l’intero processo produttivo è stato appaltato e frantumato con la costituzioni di più imprese, alcune coop 602 ed altre Srl;
d) qualificazione dei contenuti della contrattazione riappropriandoci dei temi dell’ambiente, salute e sicurezza sul lavoro ed integrandoli con quelli della sicurezza alimentare. Proponiamo a tale fine di concordare un piano straordinario sulla salute e sicurezza sul lavoro come elemento principe per migliorare le condizioni di lavoro. Ciò, assieme ad un maggiore riconoscimento salariale, rappresenta infatti la vera risposta alla mancanza di manodopera legale in certe lavorazioni gravose;
e) maggiore coordinamento delle attività degli Osservatori (quelli di emanazione contrattuale) per indirizzarli ai temi della sicurezza, della lotta all’illegalità ed al sommerso, alle politiche della qualità e dell’integrazione di filiera.
Importante può diventare in tale direzione il protocollo regionale che stiamo per sottoscrivere tra le organizzazioni sindacali FAI FLAI UILA, le associazioni professionali agricole Confagricoltura, CIA, Coldiretti e le Centrali Cooperative Legacoop, Confcooperative ed AGCI quale sede congiunta di relazioni e promozione di politiche di filiera relative all’ambiente, alla sicurezza, al lavoro.
C) POLITICHE DI PREVENZIONE, VIGILANZA E REPRESSIONE
L’obiettivo deve essere prevenire e non rincorrere le situazioni: vanno pertanto programmati interventi di vigilanza integrata e previsti interventi mirati sulla sicurezza e sulla legalità.
Il Protocollo d’intesa, del maggio 2001, fra Regione, direzioni INPS, INAIL, Ufficio del Lavoro, UPI per la qualificazione e la regolarizzazione del lavoro può essere lo strumento per consentire un coordinamento ed una integrazione degli interventi.
Proponiamo di candidare la Filiera Carni per un progetto specifico di emersione dal sommerso sostenendo la regolarizzazione del lavoro di singoli e di imprese, ed un piano di intervento straordinario contro le evasioni (contributive e fiscali) e contro l’illegalità.
Inoltre, dentro un piano coordinato di prevenzione, vigilanza e repressione, proponiamo di attivare azioni mirate di formazione alla legalità del lavoro, alla sicurezza nonché campagne di sensibilizzazione ed informazione.
LA REGIONE EMILIA ROMAGNA
Una funzione strategica per un “Patto di filiera” che scelga la via alta dello sviluppo e valorizzi il lavoro e le produzioni agroalimentari, la può, la deve avere la Regione facendo della “Rintracciabilità” e del “Marchio di Qualità Sociale”, che l’Emilia Romagna sta promuovendo per indirizzare lo sviluppo regionale su standard alti, l’occasione per introdurre nelle carni un approccio di filiera capace di garantire l’intero sistema dai rischi di rotture della catena del valore e della qualità che possono portare a crisi irreversibili nella credibilità delle produzioni agro alimentari della regione.
Se la “Rintracciabilità” dei prodotti agro alimentari dell’Emilia Romagna rappresenta un sistema volontario per fornire più informazioni e trasparenza al consumatore su ciò che acquista e mangia, il “Marchio di Qualità Sociale” del lavoro e delle produzioni (Responsabilità, Etica e rispetto di Standard alti) nasce invece dall’idea che oltre al controllo/repressione si debba rafforzare l’azione di prevenzione e di certificazione premiando la qualità delle prestazioni lavorative, degli impianti e degli impatti ambientali. Ciò può consentire un maggior rispetto dei diritti e delle tutele sul lavoro, delle norme sulla sicurezza e della legalità e può portare a livelli di eccellenza nei sistemi territoriali della regione.
Per concludere, da questo convegno vogliamo anche lanciare una proposta di percorso per dare continuità all’iniziativa di oggi e non lasciare cadere nel vuoto la disponibilità manifestata dai tanti e qualificati interlocutori presenti; disponibilità che ci auguriamo si manifesti anche in proposte, suggerimenti, soluzioni durante il dibattito.
Per dare continuità e gambe all’iniziativa, proponiamo un Patto di filiera.
Si tratta di dare vita ad un “tavolo permanente”, ad una “cabina di regia” (Accordo di Programma) che guidi e tenga monitorato il processo sull’intera filiera; che consenta di attivare esami congiunti, di promuovere politiche condivise e di realizzare accordi.
Gli strumenti possono essere tanti, noi mettiamo qui oggi (oltre ad una analisi e ad un pacchetto di proposte) la nostra disponibilità a discuterne ed a parteciparvi.