Note sulla situazione macellazione in Emilia-Romagna, anche alla luce della vicenda BSE
Lo stato di crisi degli allevamenti italiani, delle attività di macellazione e di quelle di commercializzazione della carne bovina; i provvedimenti emessi per lo smaltimento delle parti bovine ritenute nocive; i test preventivati sui capi da macellare e la certificazione da introdurre; sono elementi che porteranno ad un mutamento dei fattori di competitività ed a riorganizzazioni produttive e del lavoro, che ridefiniranno anche il rispettivo “peso” dei vari pezzi della filiera ed i suoi centri decisionali.
La tracciabilità, l’etichettatura, lo smaltimento e l’obbligo dei test potranno aumentare notevolmente i costi nei vari settori della filiera che, a fronte del permanere del ruolo predominante della grande distribuzione, potrebbero causare effetti di compressione sui margini di guadagno fino a mettere i soggetti più deboli del comparto fuori mercato.
Il settore zootecnico ha una rilevanza strategica nell’agroalimentare nazionale. Da dati in nostro possesso risulta che: la produzione lorda vendibile (PLV) dell’agricoltura nazionale ammonta a 68.000 miliardi di Lire di cui 15.500 di produzione di carni; il settore bovino rappresenta il 40% (6.000 miliardi di Lire) del valore complessivo, rimanendo quindi il principale comparto. La consistenza del settore, inoltre, registra: circa 200.000 imprese, di cui 116.000 nella produzione del bovino da carne ed 80.000 nella distribuzione (ingrosso, dettaglio e macellerie); a queste vanno aggiunte 100.000 imprese nell’allevamento di vacche da latte, che a fine carriera entrano nel circuito della macellazione. L’Italia è il terzo produttore di carne bovina dopo la Francia e la Germania, mentre si colloca al quinto posto, nell’UE, per il numero di bovini allevati.
In Emilia Romagna è allevato l'11% dei capi complessivamente allevati sul territorio nazionale. Metà del patrimonio bovino appartiene ad allevamenti con oltre 100 capi. Il 44 % della produzione lorda vendibile prodotta dall’agricoltura regionale proviene dal settore zootecnico , in particolare da latte, carni suine ed avicole, contro il 23.8 % dalle coltivazioni arboree, il 13.4 % patate e ortaggi e il 9.8 % da cereali. Il PLV regionale è di 6.600 miliardi di Lire.
Le tendenze evolutive di questi ultimi anni fanno osservare, un po' in tutti i comparti, una progressiva scomparsa delle imprese più piccole e meno efficienti in particolare ubicate nelle aree montane e collinari e in zone ove sono già presenti unità di grandi dimensioni; e' un processo di eliminazione che investe soprattutto le imprese a gestione familiare che non riescono a trovare una continuità interna per proseguire l'attività. Contemporaneamente assistiamo a processi di fusione e acquisizione con grossi gruppi agroalimentari, nazionali ed esteri, che assorbono anche medio grandi strutture ad alta tecnologia
Nella sola macellazione bovina si contano circa 10.200 addetti di cui il 21% è manodopera indiretta, cioè rapporti contrattuali con imprese terze ( appalti e/o esternalizzazioni) che possono avere in gestione la macellazione ed il disosso. Essendo dati del 1998 la percentuale della manodopera indiretta è da considerarsi in difetto per l’aumento dei processi di esternalizzazione che hanno coinvolto importanti industrie di macellazione. L’industria delle carni muove, tuttavia, circa 110.000 allevamenti ed un’occupazione agricola di oltre 70.000 unità di lavoro equivalenti a tempo pieno.
L’industria della macellazione bovina (4.2 milioni di capi abbattuti in Italia), si presenta ancora particolarmente polverizzata, tecnicamente e tecnologicamente arretrata rispetto ad altri Paesi europei; con una capacità di autoapprvvigionamento di poco superiore al 60% (50% se si considerano gli animali importati alla nascita ed ingrassati in Italia) ed in forte calo.
Nonostante una progressiva diminuzione degli impianti dal 1993 al 1999, da 6000 a 2200 a cui si devono aggiungere 700 impianti per la macellazione di altre specie animali, non siamo ancora ai livelli degli altri Paesi europei. In Italia solo il 15% degli impianti è in possesso del bollo CEE, cioè 330 macelli, la Francia ha il 77% (270) del totale, la Spagna ha il 38.1% (554) del totale, mentre l’Olanda, Germania, Danimarca ed Irlanda sono al 100%. Da ricordare che il possesso del Bollo CEE concede l’autorizzazione ad operare in ambito comunitario, in mancanza di tale è possibile operare nel territorio nazionale.
Utilizzando come riferimento il rapporto dimensioni medie/capi annui e il numero di autorizzazioni Cee, in Italia sarebbero sufficienti 244 macelli in base al modello francese e soltanto 40 in base la modello olandese. Ovviamente si tratta solo di una simulazione, che tuttavia è indicativa del processo cui assisteremo nei prossimi anni, ma che in alcuni casi è già partito con le concentrazioni e le politiche di acquisizione che hanno interessato le realtà di maggiori dimensioni, sia nel settore bovino che in quello suino (es. Inalca/Guardamiglio e Unicarni/Macellatori Villarotta). Degne di attenzione sono anche il crescente peso delle politiche di alleanze e integrazioni/diversificazione, finalizzate ad allargare la gamma dei prodotti della filiera, ad unire e condividere i segmenti di mercato ricoperti, ed a strategie innovative nel campo della ricerca & sviluppo, marketing, acquisti, logistica ec. (es. UNICARNI il cui gruppo UNIBON si è dotato di una linea “Piatti pronti” ed ha recentemente stretto un joint venture con SENFTER; Gruppo Cremonini sul Catering, “Piatti Pronti” e Hamburger).
La maggior parte degli impianti di macellazione bovina di dimensioni superiori ai 6000 capi per anno si trova in Emilia, Veneto e Lombardia. Il 73% dei capi è macellato in sole 4 Regioni: Lombardia (19%), Veneto (23%), Emilia-Romagna (18%) e Piemonte (13%). Solo 10 macelli si pongono a livelli industriali assorbendo il 22% delle macellazioni, di questa percentuale il 12% è riferito ai primi tre gruppi.
In Emilia-Romagna sono presenti circa 180 macelli di cui il 29% a tipologia mista, per il 27% a prevalente macellazione bovina, per il 24% suina e per il 19% avicola.
L’elevata polverizzazione di macelli ed allevamenti; il numero limitato di impianti di macellazione a Bollo CEE con il conseguente minor grado di competitività rispetto alla media delle strutture di macellazione europee; la fragilità dimostrata dall’intera filiera di fronte all’emergenza BSE, possono avere effetti sconvolgenti nel settore.
L’intervento del Governo e delle Regioni a sostegno di tutta la filiera sono quindi, secondo noi, necessari per evitare la perdita di molte attività, blocco delle produzioni e di un ulteriore aggravamento del nostro deficit agro-alimentare. Riteniamo tuttavia che gli interventi di sostegno economico e finanziario debbano essere finalizzati a reali politiche di innovazione, razionalizzazione e sviluppo, non solo per gestire l’emergenza.
A questo scopo proponiamo di :
1. incentivare ed anticipare le riorganizzazioni produttive che introducono il sistema della tracciabilità, elemento di garanzia sulla salubrità, igenicità e tipicità dei prodotti. Tracciabilità ed etichettatura, monitoraggio degli alimenti sono infatti elementi dai quali non si potrà prescindere per dare fiducia e sicurezza ai consumatori. In particolare per la nostra Regione si può pensare di promuovere un “Marchio Etico e di Qualità” dall’allevamento alla tavola, che si fondi su prodotti, sistemi produttivi e del lavoro certificati, controllati e basati sulla qualità sociale ed ambientale;
2. aumentare la dimensione aziendale e recuperare situazioni di destrutturazione del settore, avvenuti in questi anni attraverso processi di esternalizzazione ed appalti, che hanno prodotto meccanismi di concorrenza sleale fra le imprese e disarticolazione del sistema di tutele e di diritti ( contrattuali e di legge) dei lavoratori occupati (vedi posizione assunta delle segreterie nazionali contro le deroghe introdotte sul DPR 602 anche per le attività di macellazione). Infatti la gestione dell’emergenza occupazionale, dovuta a “mucca pazza”, con il probabile ricorso agli ammortizzatori sociali, porrà il problema della mancanza di tutela per i soci-lavoratori ed il rischio del determinarsi di conflitti tra questi ed i dipendenti dell’impresa appaltante;
3. ridefinire una più equilibrata catena del valore che oggi penalizza i produttori ed il prodotto a favore della GDO che considera la carne come “prodotto civetta”. Nuovi prodotti e con più alto valore aggiunto (dai macelli esce oltre il 75% di carne con osso, mentre si devono sviluppare i porzionati, preparati e i servizi) vanno quindi promossi e sostenuti anche al fine di ottenerne un riconoscimento nei prezzi al consumo;
4. favorire, anche attraverso un rinnovato ruolo delle Associazioni degli allevatori e delle Associazioni di razza, le politiche per il rinnovo ed il potenziamento del “parco” zootecnico, l’implementazione dell’anagrafe bovina nella Regione Emilia-Romagna e sua istituzione in quelle Regioni dove non è ancora attivata in quanto, oltre ad essere uno degli strumenti per contrastare il morbo della BSE, potrà servire per rafforzare le razze italiane e conseguentemente i prodotti nazionali e locali. In tale quadro, oltre a bandire l’uso delle farine animali, va favorito il ritorno a sistemi di alimentazione tradizionali e rispettosi del benessere dell’animale;
5. migliorare i monitoraggi ed i controlli sia istituendo l’Agenzia Italiana per la Sicurezza Alimentare che coordini le politiche di prevenzione, qualità e sicurezza degli alimenti, sia attraverso un potenziamento ed un maggior coordinamento delle competenze tra ministeri ed autorità locali in modo da stroncare importazioni clandestine, frodi alimentari e commerci illeciti.
L’emergenza BSE deve quindi essere l’occasione per rilanciare una politica dell’intera filiera, recuperare i ritardi nell’innovazione ed anche un opportunità per porre al centro il tema del lavoro e della sua valorizzazione come condizione essenziale per puntare sulla qualità, la tipicità e la sicurezza alimentare.
Bologna, 11 dicembre 2000
FAI-CISL FLAI-CGIL UILA-UIL
EMILIA-ROMAGNA