Riunione direttivi FAI CISL, FLAI CGILe UILA UIL
Castelnuovo Rangone (MO), 14 aprile 2006
Relazione di Pier Secondo Mediani
Segretario Provinciale FAI CISL Modena
Non è facile intervenire oggi per aprire la nostra riunione. Non è facile perché l’argomento della destrutturazione del processo produttivo lo abbiamo affrontato già tante volte e potrebbero nascere in noi una impressione di già visto, di già sentito e quindi una specie di disillusione.
Eppure siamo ancora qui, noi, solo noi come organizzazioni sindacali, a denunciare la situazione al limite della illegalità del settore delle lavorazioni delle carni.
L’allevamento dei suini e la lavorazione delle loro carni rappresentano uno dei settori trainanti dell’agro-alimentare modenese, trainanti nel senso economico, creatori cioè di ricchezza diffusa.
Ma questa ricchezza non basta più, qualcuno vuole andare oltre. Nasce da questo “disegno” la destrutturazione del processo produttivo. Scusate l’inciso ma la parola destrutturato ha un senso preciso che ci deve fare riflettere, vuol dire infatti “privo di struttura, di coerenza interna”, cioè quasi illogico.
Questo disegno ha molte facce, da una parte si incomincia con gli orari dei lavoratori dipendenti, sempre più flessibili, sempre più stagionali, poi si passa all’appalto di parti delle lavorazioni; prima la movimentazione e la logistica, poi intere parti del processo produttivo fino ad arrivare alla co-presenza di lavoratori dipendenti e di altri.
Lo strumento più usato è quello delle cooperative di cui alla legge 602/70 o, come sono meglio conosciute, le cooperative di facchinaggio.
Vignola è storicamente uno dei territori nei quali le cooperative sono sempre state presenti, un po’ per la pluralità di attività che caratterizza il territorio, un po’ anche per alcune condizioni storiche ben precise, quali ad esempio l’esistenza di un mercato ortofutticolo importante che ha sempre richiesto una movimentazione manuale dei carichi.
Sono nate proprio da questa esigenza le prime “carovane di facchini” e il successivo sviluppo del settore alimentare ha fatto si che si mantenesse viva una tradizione di cooperative di facchinaggio sulla quale poi si è innestata la nascita di tutte quelle cooperative, anche irregolari (o spurie).
Questa la situazione storica e culturale, alla quale va però aggiunta una penuria di mano d’opera disponibile a lavori pesanti e poco remunerati capitata negli ultimi anni.
La presenza sul territorio di lavoratori o di recentissima immigrazione dal meridione o di lavoratori stranieri, comunque mano d’opera in cerca di occupazione, ha fatto poi sì che la formazione di cooperative di facchinaggio diventasse l’unica soluzione veloce e poco costosa al problema dell’inserimento di questa manodopera nel processo produttivo locale.
Il lavoro delle cooperative di facchinaggio, da fenomeno marginale legato alla movimentazione dei carichi, come prevedrebbe la legge, è in realtà divenuto, in molti casi, la sostituzione di lavoratori nel processo produttivo e in alcune realtà è addirittura visto come la soluzione ai costi di manodopera, diventando così un pericoloso un fattore di concorrenza.
Questa soluzione ai problemi di concorrenza che quasi tutti hanno, attira settori che prima non erano coinvolti, in sostanza stiamo esportando una pratica organizzativa scorretta non solo in altri territori della provincia, ma anche in settori produttivi diversi dal nostro.
Le cooperative spesso altro non sono se non delle semplici fornitrici di mano d’opera per qualsiasi tipo di attività, senza avere l’autorizzazione a farlo (cosa che invece hanno le agenzie interinali) e non rispettando nemmeno le regole delle agenzie stesse.
In molti casi queste cooperative non hanno né autonomia economica né autonomia organizzativa, hanno statuti raffazzonati e molto restrittivi verso i soci, non hanno una vera e propria sede ma solo il numero di telefono del presidente - padrone.
Sono insomma semplici contenitori di persone alla ricerca di una occupazione qualsiasi, in gran parte stranieri, che credono di firmare un contratto da lavoratori dipendenti ma che in realtà si ritrovano soci di una cooperativa senza nemmeno saperlo e senza sapere quali diritti possano avere in quanto soci, infatti quasi sempre non gli viene consegnata nemmeno la copia dello statuto della cooperativa.
Sono lavoratori che, costretti dalle loro condizioni economico-sociali finiscono per interessarsi molto alla quantità dello stipendio e poco alla sua formalità o all’insieme dei diritti contrattuali e previdenziali.
L’evasione e l’elusione fiscale e previdenziale è infatti il metodo con cui ottenere questo risparmio sul costo della manodopera, salari minimi uniti a indennizzi per trasferte Italia, esente perciò da tutto, sono la struttura normale di queste buste paga.
Una cosa deve però essere chiara e cioè la ragione del nostro “scaldarci”, del nostro rigetto rispetto a questo modello organizzativo.
Non siamo contrari solo perché questo fa venire meno i diritti dei lavoratori, anche se è nostro diritto-dovere preoccuparci di questo.
Non lo denunciamo soltanto perché illegale, portatore di evasione ed elusione, anche se come cittadini e contribuenti ci interessa anche questo.
La ragione più vera, e che ci fa stupire di essere soli in questa battaglia, è che noi crediamo che questo modello organizzativo non sia quello che consente un futuro al settore, anzi ne mina le fondamenta.
Il settore agro-alimentare, insieme alla moda, è nel mondo sinonimo del Made in Italy, è un settore dove la battaglia deve essere sulle innovazioni di prodotto, sulla qualità dello stesso, sulla sua salubrità. Il suo futuro non può essere una corsa sui prezzi.
Per farvi un esempio, poche settimane fa uno studio commissionato dalla regione Emilia-Romagna sulla crisi del settore frutticolo poneva come elemento centrale il costo della manodopera soprattutto riferito a quello esistente in Spagna. Questa è miopia!!
Infatti quando i nostri operai costeranno (e quindi verranno retribuiti) come quelli spagnoli ci dovremo poi confrontare con quelli del Marocco? E poi sempre più giù, perché ci sarà sempre una manodopera meno costosa. Questa è l’idea di progresso che vogliamo??
Ci rendiamo benissimo conto che siamo ormai in un mercato globale, sappiamo che non possiamo comportarci come se il resto del mondo non esistesse.
Sappiamo benissimo come la grande distribuzione non voglia gestire nessun costo di magazzino, scaricando sulle aziende produttive tutti i costi e gli oneri organizzativi di ordini fatti con poche ore di preavviso e con quantità sempre più piccole e parcellizzate.
I lavoratori modenesi ed i loro sindacati sono sempre stati capaci di affrontare sfide organizzative con grande pragmatismo, ma le soluzioni devono essere concordate, e non subite, e devono partire, come abbiamo visto prima, non da una semplicistica corsa ad abbassare i costi ma da una capacità di produrre qualità, innovazione, garanzie per i consumatori.
La nostra non è e non vuole essere una guerra contro i lavoratori delle cooperative, anzi siamo fortemente preoccupati anche delle condizioni in cui lavorano, questo deve essere chiaro a noi e a loro, ma è una battaglia per dare un futuro al nostro settore.
Per queste ragioni come segreterie provinciali abbiamo preparato una piattaforma per un protocollo territoriale di intesa con le controparti, piattaforma che oggi vi chiediamo di condividere con noi per poterla portare fra i lavoratori con una serie di assemblee e per presentarla successivamente alla Associazioni di Impresa.
Non ci nascondiamo che in alcuni casi più eclatanti saranno ancora necessarie denunce agli organi competenti, ma in passato non abbiamo avuto molto successo, ma vogliamo costringere Confindustria e le altre organizzazioni a ragionare sul futuro del comparto rispetto alle ragioni prima elencate.