Flai Cgil Emilia Romagna

False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni

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DISTRETTO DELLE CARNI DI MODENA: DOPO DIECI ANNI DI SEGNALAZIONI, DENUNCE E INCHIESTE LA DEGENERAZIONE CONTINUA

Se si continua con questo modello di organizzazione del lavoro rischia tutta la filiera produttiva, fiore all’occhiello del nostro Made in Italy

Di Umberto Franciosi

Segretario Generale Flai Cgil Emilia Romagna

Bologna, Agosto 2016

Dieci anni fa, su questo sito, scrivevo più o meno le stesse cose [leggi]. Da allora gli appalti e i processi di esternalizzazione di parti del processo produttivo non hanno subito forti incrementi ma, quelli esistenti, con le loro false cooperative o società a responsabilità limitata, che nel frattempo hanno cambiato nome innumerevoli volte, stanno dimostrando, ancora una volta, che quel sistema d’organizzazione del lavoro può pregiudicare tutto il distretto modenese, ma anche quello italiano.

Per cercare di comprendere quanto sta accadendo nel settore della macellazione e lavorazione delle carni nel distretto modenese, ma anche in tutto il settore della nostra penisola, è opportuno partire dall’analisi del contesto e dalle criticità in esso presenti.

La prima criticità è generata dal rilevante peso della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) e dalle grandi imprese della salumeria italiana che si rapportano con una filiera fortemente frammentata, composta da imprese della macellazione e della lavorazione delle carni litigiose fra loro e senza una politica di filiera o di settore comune.

Cinque centrali di acquisto della GDO gestiscono il 70% della distribuzione alimentare in tutta Europa, si rapportano con 75.000 imprese con più di 9 dipendenti. La vendita delle “private Label”, all’interno della GDO, ha una quota significativa di mercato, tutte prodotte da importanti gruppi e imprese dell’industria salumiera (In Italia, le private Label, che notoriamente non consentono di ottenere grandissime marginalità di guadagno, detengono il 18% sul totale delle vendite, contro il 28% del resto d’Europa). Tutte imprese, queste ultime, che si recano nel distretto modenese delle carni per acquistare le loro materie prime, mettendo in concorrenza fra loro le imprese della macellazione e lavorazione delle carni, che si contendono le forniture a suon di centesimi di ribasso.

Seconda criticità è quella che, a volte ed in modo improprio, viene definita “effetto Germania”

Spesso si sente nominare la macellazione in Germania come la causa di tutti i mali. Qualche anno fa, come Flai Cgil dell’Emilia Romagna, abbiamo fatto un incontro con i colleghi tedeschi e, in sede europea, anche con i danesi, francesi e belgi.

Dal punto di vista del diritto del lavoro, nei macelli tedeschi la situazione non è certo migliore di quella italiana: manca un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) ed esiste la sola contrattazione aziendale. Il salario minimo, grazie all’intervento dell’SPD nel governo, ha risolto il problema per i dipendenti diretti, ma non per i dipendenti degli appalti.

Anche nei macelli tedeschi troviamo appalti e affitti di rami di azienda con situazioni di pesante sfruttamento: non si assumono più operai specializzati, retribuzioni da 600 euro per 150 ore di lavoro, tutto questo perché si applica il CCNL dei paesi da cui provengono le imprese appaltatrici (Polonia o Romania, ad esempio).

Nei macelli tedeschi la situazione è molto migliore dal punto di vista produttivo. La capacità di macellazione tedesca è notevolmente superiore. Ad esempio il Macello Tonnies macella 1700 suini/ora. Il macello più grande d’Italia impiega 4 ore e 30 minuti per macellare lo stesso quantitativo di suini. Inoltre, la capacità di macellazione tedesca, è di oltre 60 milioni di capi all’anno, quella italiana di poco più di 13 milioni.

Inoltre, i macelli tedeschi e del nord Europa, aggregano anche altri pezzi di filiera, producendo insaccati, porzionati, prodotti elaborati ecc. Attività che consentono di produrre quella marginalità economica che manca negli impianti di macellazione italiani, prevalentemente frammentati, divisi e di capacità produttiva limitata, tranne rarissime realtà.

I governi di Danimarca e Francia, insieme alle loro imprese di macellazione, ma anche il nostro sindacato Europeo, hanno fatto sentire la loro voce all’interno delle istituzioni europee, per denunciare il “dumping sociale” dei macelli tedeschi, ma dal governo e dagli imprenditori italiani non risultano pressioni in tal senso.

Ma quali sono le vere criticità in Italia: il costo del lavoro o il costo delle materie prime?

La principale criticità è quella del costo di produzione della carne che, negli allevamenti italiani, è superiore del 20% rispetto a quella tedesca. Un costo di produzione più alto generato da una filiera totalmente legata alla produzione dei DOP, cioè prosciutto di Parma, San Daniele e Modena (i maiali, per obbligo dei disciplinari DOP, sono alimentati meglio, devono stazionare di più negli allevamenti per ingrassare come previsto dai disciplinari, consumando più mangimi e farmaci).

Una filiera produttiva, quella degli allevamenti e dei macelli, tutta orientata sulla produzione dei DOP. Le imprese salumiere, invece, si orientano ad acquistare materia prima estera per produrre salumi e insaccati che diventano nazionali (anche questa è una forma di “italian sounding”  Made in Italy). Quella materia prima, estera, in particolare le cosce suine, sono prevalentemente lavorata nel distretto modenese.

Il risultato: in Italia chiudono gli allevamenti di suini, i macelli di limitate dimensioni e che non hanno altre produzioni su cui recuperare marginalità, entrano in sofferenza e alcuni chiudono.

Aumenta l’importazione di carne dalla Comunità Europea, in particolare cosce suine, soprattutto dalla Germania; aumentano i fatturati, di alcune importanti imprese salumiere, prevalentemente grazie all’export, e stiamo, contemporaneamente, perdendo la nostra suinicoltura, e le imprese della macellazione e della lavorazione delle carni cercano di recuperare competitività solo sul costo del lavoro.

Il recupero dei costi avviene con l’aumento dei ritmi di lavoro, delle velocità delle linee e dell’incremento degli appalti, spesso non “genuini”.

L’aumento dei ritmi e delle velocità stanno facendo emergere moltissime malattie professionali, sia per i lavoratori diretti che per quelli in appalto, in un settore che non è considerato fra le attività usuranti. Argomento, quello dell’esplosione delle malattie professionali, con un alto costo sociale, che diventerà “esplosivo” a causa delle riforme previdenziali che obbligano i lavoratori a rimanere più a lungo al lavoro, ad età improponibili per chi deve tenere in mano un coltello [per approfondire sul tema delle malattie professionali: articolo 1 e articolo 2]. Inoltre, le postazioni dove collocare i lavoratori con prescrizioni mediche, stanno ormai esaurendosi, perché le lavoratrici e i lavoratori di questo settore stanno, letteralmente, “smontandosi”.

L’aumento e l’incremento degli appalti aumenta i fenomeni di evasioni fiscali e contributive. Appalti affidati a false cooperative e società a responsabilità limitata, non sempre rispettosi delle leggi, in cui notiamo amministratori che sono dei veri “campioni” dell’imprenditoria o della “cooperazione”, perché in pochissimi anni ricoprono decine di cariche in altre imprese. Imprenditori senza una struttura imprenditoriale, con la sede legale presso la propria abitazione o presso il proprio consulente del lavoro o commercialista. Presidenti (“presta nomi” è il termine più consono) di cooperative immigrati, che spesso non parlano una parola in italiano, diretti o eterodiretti da personaggi con lunghissimi "curricula" ben conosciuti dalle forze dell’ordine.

Il fenomeno delle false cooperative che somministrano manodopera nel settore delle carni sta generando un vero e proprio dumping contrattuale, compromettendo il settore della macellazione e della lavorazione delle carni, già molto compromesso dai contesti descritti, mettendo a rischio la sopravvivenza delle imprese, e ce ne sono, che vogliono rispettare contratti e leggi.

Il fenomeno non è solo circoscritto alle imprese della lavorazione delle carni, ma si sta allargando anche al settore dei salumifici. Anche in questo caso si può compromettere l’unico settore dell’economia modenese e nazionale che, grazie all’export, sta registrando importanti risultati economici.

Come già affermato in precedenza, i salumifici, specialmente quelli che esportano, hanno prodotto importanti risultati economici ed hanno retto bene la crisi di questi anni. Nonostante questo, in alcune imprese salumiere modenesi ma anche del territorio nazionale, interi reparti o linee di produzione (di affettati, disosso prosciutti crudi, confezionamento salumi…) sono affidate, con discutibili appalti, a false cooperative, ma anche a SRL.

Attraverso le false cooperative si “smontano” i CCNL attraverso inesistenti assemblee sociali che approvano regolamenti della cooperativa che derogano tutti gli istituti contrattuali (TFR, tredicesima e quattordicesima mensilità, straordinari, maggiorazioni, integrazione e carenza della malattie e dell’infortunio….). Sempre attraverso false assemblee è possibile anche derogare i minimi retributivi, dichiarando lo stato di crisi, spesso inesistente.

Moltitudini di soci lavoratori, obbligati ad essere soci perché altrimenti perdi la possibilità di lavorare, che non hanno mai partecipato ad una assemblea sociale, mai votato un bilancio o un Consiglio di Amministrazione.

Prevalentemente i lavoratori in appalto, tramite le false cooperative o SRL, sono retribuiti con una parte di ore dichiarate, mentre altre sotto forma di: “trasferte esenti”, rimborsi non tassabili o prestiti fasulli o part time fittizi.  I CCNL applicati ai lavoratori in appalto non hanno nulla a che fare con la macellazione, lavorazione delle carni o dei salumi. Le false cooperative applicano il CCNL della logistica e trasporti, anche per le attività di macellazione e lavorazione delle carni, tutte in regime di DPR 602/70, norma che permette di pagare meno contributi previdenziali.

Una “ingegneria” contrattuale che produce elusioni ed evasioni contributive e fiscali e può creare anche le condizioni per il riciclaggio di denaro sporco, la sovrafatturazione o l’inserimento della malavita organizzata.

Elusioni ed evasioni fiscali che sono state in più occasioni scoperte dalla Guardia di Finanza che hanno, giustamente, contestato l’utilizzo improprio della “trasferta” e dei finti rimborsi per pagare i lavoratori, ma che, probabilmente, pagheranno solo i lavoratori obbligati a sottostare a quelle condizioni.

Da fine di luglio 2016, molti soci lavoratori che lavoravano in una falsa cooperativa, che operava in appalto presso l’Alcar Uno e Globalcarni di Modena, stanno ricevendo accertamenti fiscali da parte dell’Agenzia delle Entrate. Con gli accertamenti recapitati ai lavoratori viene richiesto il pagamento dell’Irpef non pagata negli anni passati. Per ora, oggetto dell’accertamento, sono solo gli anni 2011 e 2012, con cifre richieste che superano i 9.000 euro, comprensive delle sanzioni e degli interessi [vedi]!

A pagare continueranno ad essere i lavoratori, perché nel frattempo, la falsa cooperativa ha già cambiato nome due volte e il presidente di allora non ha più intestato nulla, mentre il committente potrà affermare di aver pagato tutto come prevedeva il contratto di appalto.

E’ bene ricordarsi che la Guardia di Finanza, all’inizio del 2015, accertò oltre 800 posizioni irregolari, nella sola provincia di Modena. Se quegli accertamenti producono quanto l’Agenzia delle Entrate sta chiedendo ai lavoratori, in queste settimane, c’è da aspettarsi che la situazione potrebbe diventare esplosiva, anche dal punto di vista della tenuta sociale.

Da oltre 16 anni stiamo denunciando alle competenti istituzioni, nessuna esclusa, i fenomeni di irregolarità negli appalti. Non solo per quanto concerne le applicazioni contrattuali, il non rispetto dei principii cooperativistici, le applicazioni contrattuali o le forme elusive di retribuzione, ma anche e soprattutto sulla genuinità degli appalti, come stabilito dal codice civile e dal Dlgs 276/03.

Di seguito alcuni casi significativi

Caso INALCA (Gruppo Cremonini). Sul finire degli anni 90, grazie alle pressioni sindacali unitarie di Fai Flai Uila, oltre un centinaio di forze dell’ordine impiegate accertarono 2 miliardi di vecchie lire di sanzione, riscontrando anche illeciti penali. Com’è finita? Tutto in prescrizione! [per approfondire, dala pag 3 alla pag 5] Le cooperative precedenti hanno cambiato nome, alcune di queste almeno quattro volte, raggruppate nel Consorzio Euro 2000 che, tramite la Gescar srl, riceveva in appalto lavorazioni dalla stessa INALCA. La Gescar era una società controllata da INALCA e dallo stesso Consorzio Euro 2000. Nasce così, all’inizio dell’anno 2000, l’appalto che qualcuno definì “pioneristico”, “l’appalto perfetto”, altri lo definirono “un esempio positivo… un’esperienza da seguire per tutto il Paese”. [articolo 1] [articolo 2] [articolo 3] [articolo 4][articolo 5]. In sintesi, INALCA affittava a Gescar parti del processo produttivo, Gescar affidava in appalto le lavorazioni al Consorzio Euro 2000, il quale affidava a sua volta le lavorazioni alle proprie cooperative consorziate. Nel corso di questi anni ripetute segnalazioni agli organismi competenti, per chiedere la verifica della genuinità degli appalti, ma zero risultati! Nel 2015, il Consorzio Euro 2000, si dissolve come neve al sole, i quasi 900 lavoratori transitano per sei mesi a tempo determinato in una impresa interinale, a svolgere le stesse mansioni che svolgevano prima, comandati ed organizzati dagli stessi responsabili, poi vengono assunti in Gescar che, nel frattempo, defenestra il Consorzio Euro 2000 e viene così controllata al 100% da dirigenti della stessa INALCA. Operazione che potrebbe consentire, a Gescar ed indirettamente a INALCA, di usufruire del beneficio della decontribuzione (14 milioni di euro nel biennio 2016 e 2017). Ovviamente tutto è stato segnalato alle competenti autorità, dalle quali non abbiamo ricevuto ancora nessuna risposta o conferma dell’utilizzo della decontribuzione. Oggi Inalca appalta ed affitta a Gescar interi reparti o linee produttive come prima ma, probabilmente, con un costo del lavoro, per quasi 900 lavoratori, abbattuto del 30% (grazie alla decontribuzione), almeno fino alla fine del 2017. Dall’appalto “pionieristico”, all’appalto “fatto in casa”!

Caso SUINCOM (Castelvetro di Modena), dagli inizi del 2000 fino ai giorni nostri, svariate segnalazioni per il ginepraio di cooperative che si sono succedute, con a capo spesso gli stessi “capetti” dell’ex Cooperativa DIMAC di Castelnuovo R (MO). Cooperativa che operava in appalto in SUINCOM, dal 2000 al 2002, coinvolta in contraffazioni di marchi e in un omicidio di un socio lavoratore che ricattava i vertici della cooperativa stessa su operazioni di cambio dei marchi sulle cosce suine. Com’è finita? Condannati i colpevoli dell’omicidio (ora già in libertà), la contraffazione è andata in prescrizione, delle nostre denunce sappiamo che sono in qualche scantinato della Procura a prendere polvere, delle “infiltrazioni malavitose”, uscite durante l’inchiesta sull’omicidio, non se ne sa più nulla! [Per approfondire]

Altri casi: Alcar, Globalcarni, Castelfrigo, Fimar, Bellentani (Gruppo Citterio) ed altre imprese modenesi, decine e decine di segnalazioni per contestare la genuinità degli appalti. Com’è finita? Mai saputo nulla. Solo per la Castelfrigo, grazie ad una interrogazione parlamentare, veniamo messi a conoscenza che sono state rilevate infrazioni. Delle sanzioni, ad oggi, sembra non essere arrivato nulla, come dichiarato anche pubblicamente dalla proprietà dell’azienda.

Tante vertenze individuali in altre imprese, ricorsi in tribunale, come nel caso di Italpizza (Modena), scioperi per contrastare gli appalti e la manifestazione di dieci anni fa, a Castelnuovo Rangone (MO), decine di inchieste fra carta stampata e televisioni.

Castelfrigo e Fimar sono solo le ultime vertenze. Ma in queste imprese, a differenza dei 16 anni trascorsi, ci sono due opposti salti di qualità.

Il primo salto di qualità è dato dalla maggior consapevolezza dei lavoratori in appalto che incominciano ad essere coscenti del livello di sfruttamento e di illegalità a cui sono sottoposti. Consapevolezza che, qualche anno fa, non era scontata

Il secondo salto di qualità, più preoccupante, è rappresentato dall’atteggiamento di alcuni imprenditori che inaspriscono il confronto espellendo e allontanando i lavoratori che iniziano a dire basta e che rivendicano i loro diritti.

La vertenza Castelfrigo è la punta di un iceberg di un distretto che corre il rischio di andare alla deriva.

All’inizio del 2016 i soci lavoratori delle cooperative Ilia e Work Services si ribellano, rivendicando un trattamento umano, il rispetto delle più elementari norme di sicurezza e di legge, compreso il rispetto della dignità. La vertenza si conclude dopo oltre una settimana di sciopero, con un accordo firmato in Prefettura a Modena fra le cooperative appaltatrici, la Castelfrigo, la Cgil e le sue categorie degli alimentaristi e della logistica. L’accordo, oltre ai miglioramenti contrattuali per i lavoratori, voleva scommettere sulla nascita di un sistema di relazioni sindacali, fra organizzazioni sindacali, cooperative appaltatrici e committente Castelfrigo, propedeutico alla nascita di un clima di confronto positivo. Contemporaneamente, quell’accordo, poteva rappresentare anche una via di uscita virtuosa e condivisa da tutti, anche per altre imprese del distretto. Purtroppo, forse per quest’ultimo aspetto, l’accordo è naufragato nel peggiore dei modi.

All’inizio di agosto 2016 due rappresentanti sindacali della Filt Cgil, soci lavoratori della cooperativa Work Services, operante in appalto presso la Castelfrigo, vengono licenziati; motivo, quest’ultimo, che ha fatto riaccendere la vertenza perché, le motivazioni dei licenziamenti, sono apparse pretestuose ed immotivate.

Come sono al limite della provocazione le motivazioni della contestazione disciplinare, recapitata l’8 di agosto, ad un altro rappresentante sindacale della Cgil, socio lavoratore della cooperativa Ilia, anch’essa in appalto presso la Castelfrigo.

Due rappresentanti sindacali della Filt Cgil licenziati e un terzo con una contestazione disciplinare. Stessa sorte anche ai delegati della Flai Cgil, dipendenti Castelfrigo, bersagliati anche loro da contestazioni disciplinari.

Contestazioni disciplinari e licenziamenti che colpiscono i rappresentanti sindacali della Cgil che hanno rappresentato i loro colleghi di lavoro durante i concitati e tormentati giorni della vertenza di febbraio 2016.

In alcune realtà imprenditoriali, dove la Flai Cgil rivendica il rispetto della legge o dei CCNL, i nostri iscritti sono stati e vengono invitati a presentare disdetta. In altre realtà, alcuni imprenditori, si danno da fare per favorire altre organizzazioni sindacali, anche trovandogli candidati da far eleggere nelle elezioni, andando anche oltre i limiti previsti dalla legge.

Sono fenomeni che ci ricordano brutti episodi della nostra lontana storia. Episodi che incrementano una tensione sociale già infuocata da tanti e troppi fattori, anche esterni alle questioni del lavoro: crisi ed incertezza economica, ritmi e velocità di lavoro sempre più elevati e per ultimo gli accertamenti fiscali.

In questi sedici anni, tutte le volte che riscontriamo illegalità nell’organizzazione del lavoro troviamo anche episodi di mancanza di sicurezza sul lavoro, episodi di contraffazione alimentare e di non rispetto delle normative igienico sanitarie.

Da tempo sosteniamo e continueremo a farlo, che non ci può essere qualità dei prodotti se non c’è anche la qualità del lavoro e rispetto dei diritti.

In merito al rispetto dei diritti non ci sfugge che, nel distretto modenese, vengono ad approvvigionarsi di materie prime di grandi imprese della salumeria italiana, “certificate eticamente” o con vari “codici etici”, che valorizzano i loro prodotti per la responsabilità sociale e che producono prodotti “a marchio”, cioè le “private Label” per la GDO. Marchio, quello delle private Label, che richiede lo scrupoloso rispetto della certificazione SA8000 anche da parte di tutta la catena della fornitura e sub fornitura. Appunto, la sub fornitura, abbondantemente concentrata nel distretto modenese e già messa a conoscenza, con l'invio di una mia dichiarazione, con richiesta di interessarsi alle loro forniture di materia prima. Anche questa dichiarazione, volutamente dura, è stata ignorata dai destinatari, ma anche dai mezzi di comunicazione.

Su questi temi la Flai Cgil dell’Emilia Romagna ha già iniziato ad investire e continuerà a farlo. Investiremo su quanto prescrivono i codici etici, ma anche sulle certificazioni BRC che tutte le imprese del distretto detengono. I contenuti della certificazione BRC, indispensabili per l’esportazione e per vendere prodotti nella GDO, disciplinano anche i temi della legalità, sicurezza, formazione dei lavoratori, compresi quelli in appalto. Aspetti, questi ultimi, che nelle imprese appaltatrici, vediamo assai carenti.

Sulla parte normativa, se si vuole, si può fare tanto. L’Ordine del giorno votato in Provincia di Modena, nel 2014 offriva già qualche suggerimento, chiedendo anche l’intervento del Parlamento italiano e di quello europeo.

Purtroppo i recenti provvedimenti legislativi, nel campo degli appalti illegittimi e della somministrazione irregolare di manodopera, vanno in senso opposto: continui interventi sulla responsabilità solidale negli appalti e, con il decreto legislativo n. 8 del 15 gennaio 2016, si è depenalizzata la somministrazione irregolare di manodopera (anche per il pregresso) mentre, con il Jobs Act, si è abolita la somministrazione fraudolenta di manodopera.

Se qualcuno ha a cuore le sorti di questo distretto e di questa filiera dovrebbe subito correggere quei deleteri provvedimenti, altrimenti i “furbetti delle cooperative” e degli appalti continueranno ad imperversare indisturbati.

Nel corso di questi dieci anni, sul territorio regionale, alcuni risultati positivi seppur parziali li abbiamo ottenuti:

  • Internalizzazione e assunzioni alla Valpizza di Bologna;

  • Internalizzazione della logistica in Apofruit a Longiano;

  • Rientro di alcune produzioni date in appalto in alcuni prosciuttifici parmensi, corrette applicazioni contrattuali presso il salumificio Simonini di Castelvetro (MO)

  • In altri territori le imprese, specialmente quelle legate alle produzioni della GDO, si stanno dimostrando sensibili a regolarizzare e a internalizzare le produzioni in appalto.

Nel territorio modenese, la Flai Cgil insieme alla Filt Cgil, hanno presentato una serie di piattaforme in quasi tutti gli impianti di macellazione e lavorazione delle carni, aspettiamo fiduciosi la disponibilità delle imprese.

A livello nazionale stiamo cercando, tenacemente, di condividere un protocollo con Assocarni, con il tentativo di allargarlo ad Assica, per il rientro delle produzioni date in appalto e per garantire che il sistema della lavorazione delle carni possa stare in un regime di concorrenza leale. I CCNL servono anche per garantire questo!

La Flai dell’Emilia Romagna è pronta a tutte le sfide, anche a quelle più innovative, anche quelle impossibili! Sappiamo che nel settore c’è bisogno di flessibilità e nel settore c’è bisogno di governare i picchi e i flessi produttivi, spesso generati e condizionati dalla GDO! Ma mi spingo anche oltre: nel settore della macellazione, visto il contesto descritto, c’è anche un problema di costo del lavoro!

Ma attenzione, da parte nostra c’è un NO, forte e chiaro, se si vuole partire, come riferimento, dal costo del lavoro che viene, di fatto, riconosciuto oggi alle imprese appaltatrici, mediamente pari a 13,5 euro (dieci anni fa si posizionava a 12,00 euro!) Per approfondire [leggi].

Il costo del lavoro medio nell’industria alimentare italiana è a 22 euro, in alcune imprese del distretto modenese a 25/27 euro e per certe figure professionali (ormai in via di estinzione) a 30 euro/ora.

Gli scandalosi dati sul costo del lavoro, delle imprese appaltatrici, sono deducibili dai bilanci, dimostrano che siamo sotto i limiti previsti dalla legge, sotto al costo del lavoro previsto dai discutibili CCNL applicati dalle imprese appaltatrici e, siccome, generalmente, sono “artificiosamente” applicati i CCNL del facchinaggio, dovrebbero essere riconosciuti 20 euro/ora, come prevedono le tariffe ministeriali.

Non ho timore ad affermare che c’è un “patto non scritto” tra alcune imprese committenti, per mantenere i corrispettivi economici descritti da riconoscere alle imprese appaltatrici. Questo patto, se continua a rimanere, ci porta a sbattere contro un muro! Ci porta a compromettere una delle filiere più strategiche del nostro Paese.

Qui c’è di tutto: elusioni ed evasioni fiscali e contributive, con conseguenze pesanti per i Comuni (effetti dell’applicazione ISEE sui servizi) e per la coesione sociale.

Lo sfruttamento ha anche delle connotazioni etniche e, con l’aria che tira in questo momento storico, c’è bisogno di investire in integrazione, anche sul lavoro. Ma non è tutto, con questo sistema si può annidare di tutto, anche la criminalità organizzata, le sovrafatturazioni e il riciclaggio.

Ecco perché, la Flai Cgil dell’Emilia Romagna, non se la sente di guardare da altre parti e continueremo nella nostra azione investendo tutto ciò che si può investire con tutta la Cgil di Modena e dell’Emilia Romagna, su di un tema che, certo, non è solo di Modena, ma è lì che è storicamente nato e sviluppato. Poi, successivamente, è stato emulato in altre parti del nostro territorio regionale e nazionale.

Quindi, sul tema degli appalti, il territorio di Modena, non può gettare la palla da altre parti! La Provincia di Modena, come citato in precedenza, ebbe il coraggio politico di fare un passo che è poi rimasto lettera morta e che non è stato raccolto da nessun rappresentante politico ed istituzionale.

Coraggio che, purtroppo, manca ancora oggi. Come continua a mancare il coraggio alle associazioni d’impresa nell’isolare chi compete irregolarmente. Coraggio che abbiamo invece visto in altri contesti regionali ed in altri settori produttivi, come nel caso del contrasto alle forme di caporalato presenti in agricoltura.

Senza quel coraggio, questo distretto, tutta la filiera della lavorazione e della trasformazione delle carni è pesantemente compromesso. La Flai Cgil dell’Emilia Romagna è pronta a sedersi per trovare tutte le soluzioni, ma saremo altrettanto determinati a contrastare chi intende portare le lancette della storia indietro di novant’anni!