Flai Cgil Emilia Romagna

False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni

Home
Seguici su Facebook
 
Le inchieste
il Paese del maiale
Rassegna stampa
 
Rapporto Agromafie
La depenalizzazione
Iniziative FLAI CGIL
Osservatorio Diritti

 

Il caso Citterio
Il caso Castelfrigo
Il caso Alcar Uno
Il caso INALCA
Il caso SUINCOM
L'OMICIDIO
Il caso LIBERA
Il caso ITALPIZZA
Il caso Mec Carni
Il caso Work Group
Il caso Italcarni
Il caso Esselunga
Il CRAC PowerLog
Il caso PowerLog
Prosciutti e salumi
Coop e caporalato
Norme calpestate
Reggio Emilia
Foto
Info
 

Skype Me™!

 

ITALPIZZA: L'EVOLUZIONE "INDISTURBATA" E "PERFETTA" DELL'APPALTO DI MANODOPERA

Da appalti a cooperative spurie al modello “perfetto”, “certificato” e “santificato”. “Esplodono” fatturati di Italpizza mentre, le imprese appaltatrici falliscono, entrano in liquidazione coatta, o aumentano i debiti; mentre, oltre 600 lavoratori in appalto, cambiano un numero interminabile di cooperative peggiorando le condizioni contrattuali e di lavoro

Italpizza fu fondata da Cristian Pederzini e Giorgio Cocchi. L’azienda inizialmente si trovava a Castello di Serravalle (BO); nel 1991 entra nella compagine societaria Giuseppe Cremonini, fratello di Luigi Cremonini, patron del Gruppo Cremonini. Giuseppe Cremonini deteneva il 33% di quote azionarie di INALCA SPA (Gruppo Cremonini), quota che venderà al fratello nel 1996.

Nel 1997 Giuseppe Cremonini diventa leader di Italpizza e trasferisce l’azienda a Modena, nell’attuale sede in via Gherbella. La scelta imprenditoriale, ma anche il modello d’organizzazione del lavoro adottato dall’azienda condotta da Cremonini, produsse nel ’97 un bilancio con 5 miliardi del vecchio conio, 6 nel ’98, 12 nel ’99, 17 nel 2000 e 25 miliardi di lire del 2001.

A maggio 2008, la quota di Cremonini viene venduta agli inglesi della Bakkavor e Pederzini, con il suo 10% di azioni dell’Italpizza, viene nominato amministratore delegato. A settembre 2008 muore, dopo una lunga malattia, Giuseppe Cremonini. Pederzini, nell’anno 2014, acquista altre quote societarie arrivando a detenerne il 40% per arrivare poi, nell’anno 2015, a riacquisirne il controllo pieno.

L’Italpizza in nove anni ha incrementato il fatturato da 33.399.415 euro (anno 2008) a 119.700.434 euro (anno 2017), un incremento del fatturato del + 248%; l’utile netto, nello stesso periodo temporale, da 2.218.891 a 8.032.050 euro, un incremento del 262%; mentre l’EBTA da 4.393.657 a 12.998.350 euro, un incremento del 196%. Numeri estremamente performanti che pongono l’azienda con dei rating economici fra i più alti del settore; con rischi di cessazione minimi e un indebitamento nella media del settore.

Numeri cresciuti impetuosamente, ma con un’occupazione diretta che diminuisce: nei nove anni presi in considerazione, passa da 110 dipendenti dell’anno 2008 ai 94 del 2017. Mentre non siamo in grado di determinare l’incremento occupazionale delle cooperative nello stesso periodo delle imprese appaltatrici che si sono succedute. Ad oggi ci risultano solo due cooperative appaltatrici, Cofamo ed Evologica, che dovrebbero organizzare oltre 800 soci lavoratori (200 Cofamo e 600 Evologica).

Il modello d’organizzazione del lavoro, tuttora presente in Italpizza dopo una serie di “evoluzioni” ed “aggiustamenti”, fu introdotto dal defunto Giuseppe Cremonini che emulò lo stesso modello organizzativo che era presente all’interno dell’azienda INALCA (Gruppo Cremonini) di cui ne è stato socio, insieme al fratello, fino all’anno 1996. 

Il “modello Cremonini” diviene il modello di riferimento anche in Italpizza: appalti e affitti di rami d’azienda che interessavano il processo produttivo, attraverso consorzi, i quali sub appaltavano a pseudo cooperative. Il modello “INALCA”, già ampiamente contrastato ed analizzato dalla Flai Cgil di Modena, trova la sua copia anche in Italpizza.

Un modello che, in INALCA come in Italpizza ed in tantissime altre aziende committenti, presenta delle similitudini non solo perché si sono servite, alcuni anni fa, delle stesse pseudo cooperative appaltatrici e consorzi, ma per l’ondata di debiti che hanno lasciato le pseudo imprese appaltatrici che si sono succedute in questi siti produttivi; le stesse ondate di debiti che vediamo in tutte quelle imprese dove, ogni due o tre anni, scompare una pseudo impresa appaltatrice, spesso falsa cooperativa, per lasciare il posto ad un'altra pseudo impresa cooperativa o società a responsabilità limitata intestate, come sempre, a “prestanomi”.

E’ il “giochino” che abbiamo dimostrato, denunciato e segnalato più volte: è il “giochino” che consente ai committenti di avere, attraverso appalti e sub appalti, manodopera a costi bassissimi, in alcuni casi oltre il 40%, creando evasioni fiscali imponenti da parte delle pseudo imprese appaltatrici che non saldano i propri debiti con lo Stato (IVA, IRAP, contributi INPS) o con le banche (per gli anticipi fatture che non vengono negati quando c’è una facoltosa e sicura committenza).

La Guardia di Finanza da anni denuncia che nel sistema degli appalti, sia pubblici che privati, si annida una imponente evasione fiscale e, il settore della lavorazione e trasformazione delle carni in tutt’Italia, non ne è immune. Mentre la Guardia di Finanza denuncia questo sistema, la Flai Cgil modenese lo sta facendo da oltre sedici anni, qualcuno si accorge delle false cooperative appaltatrici, cioè dello strumento, ma fa finta di non vedere il sistema, cioè l’appalto di manodopera. Le associazioni d’impresa, oggi, ad ululare contro le false cooperative, quando per anni le loro imprese associate le hanno utilizzate, ma anche gestite, ma nessun rimbrotto contro chi le utilizza creando concorrenza sleale.

Mentre si accusano le false cooperative appaltatrici, che stanno scomparendo per essere sostituite da Srl “farlocche”, capeggiate sempre da prestanomi, nessuno mette in discussione il mezzo con cui avviene questo sfruttamento dei lavoratori, cioè l’appalto di manodopera! L’appalto come nel caso dell’Italpizza che, nell’indifferenza generalizzata di tutti i soggetti che avevano il compito d’intervenire, con lo scorrere degli anni diventa “perfetto”, “certificato” e pure politicamente “santificato”.

Sorgono spontaneamente due domande. La prima: non si mette in discussione l’appalto di dubbia legittimità perché fa girare “la ruota” dell’economia locale e nazionale, ed aiuta settori produttivi che sono esposti alla competizione internazionale o inseriti in filiere complicate? La seconda domanda: non potendo aiutare direttamente le aziende con aiuti economici diretti per non essere censurati dall’Europa, che non consente simili operazioni, si chiudono gli occhi tollerando questo tipo d’organizzazione del lavoro? A queste domande bisogna rispondere presto perché non è solo il settore della macellazione che è coinvolto. Il “nuovo caporalato” degli appalti è presente in tutti i settori produttivi, dai campi fino agli ospedali passando per i macelli. Non è solo il distretto alimentare modenese che è coinvolto, ma tutto il Paese.

Modena, per quanto riguarda l’industria alimentare, ha una sola colpa: è il territorio in cui il fenomeno degli appalti di dubbia legittimità, o meglio del “nuovo caporalato”, è nato, sviluppato e degenerato. Fenomeno, quello del “nuovo caporalato” degli appalti che, nel settore agroalimentare, permette ad alcune imprese di avere fatturati che esplodono o ottenere materie prime o semilavorati a prezzi bassissimi. Il “caso Italpizza” è inserito a pieno titolo in questo contesto.

Italpizza fu definita, dal Sindaco di Modena, “esportatore del Made in Italy e un modellino che assicura tenuta occupazionale”; mentre il Senatore del PD Vaccari si spinse addirittura a chiederne il sostegno economico al governo per contrastare la concorrenza di Nestlè che stava investendo a Benevento uno stabilimento per la produzione di pizze surgelate.

Per sintetizzare partiremo dall’estate del 2008, l’estate del “Crac Power Log”, cioè del collasso finanziario di un grande consorzio che gestiva manodopera (oltre 2500 lavoratori) nelle maggiori imprese dell’agroalimentare emiliano romagnolo e della Grande Distribuzione, fra queste citandone alcune: INALCA, UNIPEG, IPERCOOP, ITALCARNI e Italpizza. Un collasso finanziario che, nell’estate del 2008, ammontava a 20 milioni di euro.

Italpizza, sin dai primi anni del 2000, emulava il modello INALCA: affidava, in appalto o in affitto, rami d’azienda a consorzi i quali sub appaltavano le attività lavorative alle cooperative associate. Nel caso di Italpizza si appaltava al Consorzio Power Log parti del processo produttivo che venivano poi affidate alla cooperativa consorziata Vega. Vega, all’interno d’Italpizza gestiva quasi 150 lavoratori e lavoratrici. Tutte cooperative, quelle consorziate al Consorzio Power Log, aderenti alle centrali cooperative, o che avevano sede presso la sede di queste centrali, come nel caso di Vega, che risiedeva presso Confcooperative di Reggio Emilia.

Il Consorzio Power Log è ancora oggi in procedura fallimentare con oltre 22 milioni di debiti, mentre la consorziata cooperativa Vega è oggi in liquidazione coatta amministrativa lasciando un debito di quasi 3 milioni di euro. I debiti lasciati dai “cooperatori” erano nei confronti delle banche (anticipo fatture), dall’erario (IVA, IRAP, IRPEF), della previdenza (contributi previdenziali) e dei lavoratori (pezzi di mensilità, quota sociale e TFR).

Dopo la notizia del Crac, la Flai Cgil di Modena, intervenne immediatamente nei confronti d’Italpizza, chiedendo l’assunzione immediata dei soci lavoratori, che si ritenevano somministrati illegalmente, come avevamo segnalato in più occasioni all’Ispettorato del Lavoro modenese. Italpizza comunicò, a fine luglio 2008, la cessazione dell’appalto con Power Log, per passare ad un altro Consorzio: Log – Italia. Dall’ 1 agosto 2008, tutti i soci lavoratori della cooperativa Vega, vengono trasferiti alla cooperativa Cofamo; cooperativa associata del consorzio Log – Italia, aderente a Legacoop.

L’intervento della Flai Cgil, nel cambio di appalto, ha permesso di salvaguardare l’occupazione, mantenere gli stessi livelli di retribuzione, aperto un confronto sulle applicazioni contrattuali e ottenuto da Italpizza la garanzia del pagamento delle mensilità non ancora percepite e il TFR della cooperativa Vega.

Dopo pochi mesi, i lavoratori della cooperativa Cofamo vengono trasferiti alle cooperative Logifood e Logicamente.

Negli anni successivi parte un confronto complicato con Italpizza e con le cooperative appaltatrici, per quanto concerne le applicazioni contrattuali e la regolarità di quell’appalto. La Flai Cgil di Modena ha chiesto, per ben due volte, l’intervento del sistema di vigilanza di Coop Italia in quanto Italpizza è produttore di pizze a marchio Coop, quindi deve rispettarne i principi della certificazione etica SA8000. La seconda richiesta fu anche avanzata per confutare le motivazioni adottate da Italpizza che sosteneva di non avere marginalità economiche per riconoscere il contratto di lavoro dell’industria alimentare, in quanto la GDO non lo permetteva.

Il sistema di certificazione intervenne con audizione di tutte le parti, compresa la Flai Cgil, i suoi RSA e i lavoratori; il risultato di queste ispezioni, dopo qualche mese, furono le seguenti: effettiva riduzione della promiscuità tra i dipendenti dell’impresa committente con quelle delle cooperative appaltatrici; riduzione del numero delle cooperative appaltatrici; crescita dell’autonomia funzionale, gestionale ed organizzativa delle cooperative che avevano in appalto le fasi del processo produttivo.

Nei mesi successivi con le cooperative appaltatrici si ottenne il parziale riconoscimento dell’applicazione contrattuale coerente con le mansioni svolte nelle attività dei soci lavoratori (tranne per gli addetti al confezionamento ai quali si è continuato ad applicare il contratto della logistica e dei trasporti). Per la Flai Cgil, tale risultato, non era sufficiente perché anche le attività di confezionamento sono ritenute parte delle attività produttive rientranti nel ciclo produttivo, quindi continuavamo a richiedere l’applicazione contrattuale corretta del contratto dell’industria alimentare.

Dopo le ispezioni disposte da Coop Italia, i pochi dipendenti diretti Italpizza (una trentina), del reparto stenditura e impasti, passarono, attraverso affitti di rami d’azienda alle seguenti imprese: Trasmec log (anch’essa aderente del Consorzio Log – Italia), poi Service Plus e Evologica (quest’ultima ancora presente). Quindi, altri appalti ed affitti di rami d’azienda che hanno drasticamente ridotto l’interferenza di Italpizza sulle imprese appaltatrici, eliminando qualsiasi promiscuità fra lavoratori dell’impresa committente con le imprese appaltatrici, diventando, di fatto, un’azienda senza operai addetti alla produzione.

Una “evoluzione”, quella del sistema degli appalti presenti in Italpizza, che venne poi certificata dalla Fondazione Biagi nell’anno 2015. Una certificazione che, nella premessa, sanciva quanto segue: “Si certifica il modello ma non la sua esecuzione”.

Nell’esecuzione del modello dell’appalto presente in Italpizza, il destino dei lavoratori appaltati, non cambia; come nemmeno cambia il turn over delle imprese appaltatrici, comprese le liquidazioni, i fallimenti ed i debiti, mentre l’impresa committente continua a galoppare con fatturati da record e diminuisce i dipendenti diretti!

Nell’anno 2013, anche il consorzio Log – Italia, entra in procedura concorsuale con quasi 7 milioni di euro di debiti. Anche in questo caso i debiti sono nei confronti delle banche e con le cooperative consorziate. Fra le cooperative consorziate c’è anche Logifood che nel 2013 entra in liquidazione con quasi 3 milioni di debiti, anche in questo caso, come con la precedente cooperativa appaltatrice Vega con: banche (anticipo fatture), erario (IVA, IRAP, IRPEF), previdenza (contributi previdenziali) e i lavoratori (quota sociale e TFR). Nel 2013 gli ex lavoratori della cooperativa Vega, passati in Logifood, ora in liquidazione, passano alla cooperativa Evologica; oltre 170 lavoratori delle ex Logifood sono interessati all’operazione.

Nell’anno 2016 sono solo due le cooperative appaltatrici presenti all’interno ad Italpizza: Evologica (oltre 400 lavoratori) per attività di impasto, stenditura e farcitura; Logicamente (oltre 130 lavoratori) per le attività di confezionamento e logistica.

I lavoratori delle cooperative appaltatrici in Italpizza, che erano stati inquadrati nel contratto nazionale di lavoro dell’industria alimentare, grazie all’intervento della Flai Cgil di Modena, vengono successivamente ed impropriamente collocati in altri contratti di lavoro: logistica e multiservizi. Contratti che consentono riduzioni del costo del lavoro, ma che non hanno nulla a che fare con la produzione di pizze surgelate. Da evidenziare che, la Fondazione Biagi con la certificazione dell’appalto Italpizza, non sembrerebbe evidenziare questa incongruenza.

Sulle applicazioni contrattuali è interessante leggere le valutazioni e le dichiarazioni, del presidente della cooperativa Logifood, riportate nell’assemblea dei soci del 30 marzo del 2010. Nell’assemblea dei soci si votò il bilancio dell’anno 2009, ma si discusse anche dell’esigenza di variare le applicazioni contrattuali, cioè di passare dal contratto dell’industria alimentare a quello della logistica per mantenere in equilibrio i conti della cooperativa, in quanto il committente (Italpizza) riconosceva una tariffa “a produttività” che non consentiva di mantenere l’applicazione del contratto di lavoro dell’industria alimentare perché più onerosa.

Dopo aver conquistato l’applicazione contrattuale corretta per alcuni lavoratori, in seguito al “Crac Power Log” dell’anno 2008, le cooperative appaltatrici, introducono unilateralmente senza l’accordo con la Flai Cgil, applicazioni contrattuali improprie: prima la logistica e poi successivamente il multiservizi. Applicazioni contrattuali che, come dimostrato precedentemente, erano dettate indirettamente dall’impresa committente Italpizza che non riconosceva una “tariffa a produttività” che consentisse un’applicazione contrattuale coerente con le attività e le mansioni svolte dai lavoratori appaltati nel ciclo produttivo. Applicazioni contrattuali che venivano imposte ai lavoratori che, pur di mantenere il proprio posto di lavoro, non avevano altra alternativa. Non escludo che, nelle successioni di applicazioni contrattuali, qualche sindacato, non della Flai Cgil, abbia avvallato con accordi tali operazioni.

E assai arduo, nel quadro sopra esposto e in quegli anni, dimostrare l’autonomia organizzativa o il rischio d’impresa delle imprese appaltatrici che si sono susseguite, per definire l’appalto presente in Italpizza legittimo, così come prevede il Codice Civile o il Dlgs 276/03.

Quindi i lavoratori, precedentemente occupati fino all’estate 2008 nella cooperativa Vega, si trovano nel 2013, dopo la messa in liquidazione della cooperativa Logifood e dopo quasi cinque anni, di nuovo ad un ennesimo cambio di appalto. Da quanto siamo riusciti a ricostruire dall’anno 2003 sino ad oggi all’interno d’Italpizza, un lavoratore addetto nel ciclo produttivo potrebbe, sempre che sia riuscito a resistere ai carichi e agli orari di lavoro, dichiarare sul suo “curricula”: “in appalto con la cooperativa CMS, poi somministrato a tempo determinato dalla Synergie Italia, poi assunto a tempo determinato in Italpizza, per poi essere di nuovo appaltato alle cooperative Vega, Cofamo, Logifood, Logicamente o Evologica e poi di nuovo (oggi) in Cofamo”. Una trentina di altri lavoratori, che invece erano assunti a tempo indeterminato in Italpizza, nello stesso arco temporale, potrebbero “vantare”, nel loro “curricula”: “dipendente Italpizza, poi in appalto con Trasmec Log, poi Service Plus per poi finire dentro ad l’onnipresente Evologica”.

Seguiamo ora la sorte della cooperativa Logicamente che subentrò, dopo il 2008, alla cooperativa Cofamo che era, a sua volta come precedentemente evidenziato, subentrata alla cooperativa Vega entrata in liquidazione coatta amministrativa dopo il “Crac Power Log”.

La cooperativa Logicamente iscritta alla terza centrale cooperativa AGCI, il 14 ottobre 2017, si fonde con la cooperativa Cofamo e cesserà l’attività. La cooperativa Logicamente, al 31 luglio 2017, vantava ricavi pari a 5.881.580 euro; 3.113.239 euro di debiti; 870.811 euro di TFR per i suoi 270 dipendenti. La cooperativa Cofamo, in seguito a questa incorporazione della cooperativa Logicamente, chiuderà il suo bilancio 2018 in perdita di 119.148 euro; un risultato negativo dopo anni in cui chiudevano i bilanci in utile.

Scompare quindi la cooperativa Logicamente, ritornando alle origini cioè dentro Cofamo, per semplificare e ridurre i costi amministrativi così come si deduce dal progetto di fusione. Una procedura ed un progetto sottoscritto e ideato dalla stessa persona fisica che rivestiva la stessa carica nella cooperativa che cessava e in quella che incorporava, con l’assistenza degli stessi tecnici.

Prima di scomparire e di fondersi, la cooperativa Logicamente e la cooperativa Evologica, in data 14 luglio 2017 sottoscrivono un “contratto di rete”, la finalità di tale operazione è quella di: gestire ed organizzare insieme il personale sulle linee di produzione appaltate da Italpizza; gestire insieme la pulizia e la manutenzione delle linee produttive; concordano di applicare a tutti i lavoratori il contratto di lavoro del multiservizi e ne definiscono i livelli di appartenenza.

Nei cambi di appalto che ho descritto, così come nelle variazioni delle applicazioni contrattuali, i dipendenti delle imprese appaltatrici avrebbero subito forti pressioni se si rivolgevano alla Cgil e, in alcuni casi, anche delle ritorsioni. I lavoratori che si sono rivolti alla nostra organizzazione sia direttamente, ma anche inviando lettere anonime segnalavano quanto segue:

·      orari di lavoro che spesso superavano le 12 o 13 ore al giorno, senza un adeguato utilizzo delle soste che non sarebbero state nemmeno retribuite;

·      orario di lavoro estremamente flessibile e imprevedibile, perché i soci lavoratori delle cooperative venivano a conoscenza dell’inizio dell’orario di lavoro solo a sera inoltrata, non permettendo quindi una decente organizzazione della propria vita;

·      non esisteva la certezza, non solo dell’inizio dell’orario di lavoro, ma anche del suo termine, compromettendo anche, in alcuni casi, le ore di riposo previste dalla Legge;

·      il pagamento delle ore effettivamente svolte mensilmente non sembrava corrispondere alle ore riportate in busta paga; da quanto ci veniva riferito qualche anno fa, i soci lavoratori, venivano anche retribuiti con erogazioni salariali non soggette a tassazione fiscale o previdenziale (rimborsi o “trasferta italia”);

Un modello organizzativo che è poi stato avvallato anche da accordi sindacali sottoscritti dalla UIL Trasporti di Modena e da tre RSA della stessa organizzazione. [accordo dell’8 febbraio 2019]

Le relazioni sindacali con Italpizza sono sempre state complicate perché contestavamo il suo modello organizzativo e gli appalti che abbiamo sempre ritenuto non legittimi. La Flai Cgil, nelle rare occasioni in cui le veniva concesso un incontro, chiedeva di ripristinare un minimo di rispetto delle leggi, dei contratti di lavoro, degli orari e dei ritmi di lavoro. Ma, i dirigenti di Italpizza, affermavano di non avere marginalità nonostante, come abbiamo evidenziato, l’esplosione del fatturato dall’anno 2008.

Non solo le relazioni sindacali erano complicate, era anche difficile riuscire ad avere l’agibilità sindacale, cioè le condizioni per esercitare il diritto di assemblea sindacale nei confronti delle centinaia di lavoratori delle imprese appaltatrici presenti in Italpizza.

Non sono mancate le segnalazioni inoltrate dalla Flai Cgil di Modena, sin dall’anno 2003, per segnalare l’intermediazione illegale di manodopera, le condizioni di lavoro, la concorrenza sleale, le discutibili modalità di retribuzione e la scorretta applicazione del contratto nazionale di lavoro. Le segnalazioni furono inviate all’Ispettorato del Lavoro, INPS, Ministero dello Sviluppo economico e Prefettura più un ulteriore sollecito nell’anno 2017 al Ministero dello Sviluppo Economico.

Nelle segnalazioni la Flai Cgil modenese evidenziò, oltre ai casi di palese intermediazione di manodopera presenti fin prima dell’anno 2009, successivamente anche situazioni di potenziale ed indebita riduzione del costo del lavoro derivante dal riconoscimento ai lavoratori di trattamenti retributivi, contributivi e normativi inferiori rispetto a quelli previsti, producendo di fatto una concorrenza sleale fra le imprese del settore.

Purtroppo, da queste segnalazioni, abbiamo ricevuto solo una generica risposta, in cui si confermavano generiche irregolarità per le cooperative appaltatrici presenti in Italpizza. Risposta che abbiamo ricevuto nel periodo in cui iniziava la forte lotta sindacale capeggiata del sindacato Si Cobas.

La vicenda Italpizza s’inserisce anche nella scarsa efficacia con cui, la Procura e più in generale il Tribunale di Modena, sono intervenute sui temi legati al settore della macellazione, trasformazione e lavorazione delle carni e dell’intermediazione illegale di manodopera che si nascondono dietro gli appalti di dubbia legittimità. Seguiranno personali valutazioni, maturate in un arco temporale di quasi venti anni, periodo in cui gli appalti in Italpizza sono “evoluti”.

In sintesi, per quanto riguarda il contrasto all’intermediazione illegale di manodopera nel settore della macellazione e lavorazione delle carni:

·        Mega inchiesta fine 1999 su intermediazione di manodopera [da pag 3 a pag 5] 2 miliardi di vecchie lire, sanzioni penali per i dirigenti dell'Inalca del Gruppo Cremonini, sembrerebbe finito tutto in prescrizione (non si trova più traccia del rinvio a giudizio);

·        contraffazione dei marchi sulle cosce suine, scoperte dopo un omicidio di un socio lavoratore di una falsa cooperativa nell’anno 2002, caduto in prescrizione nonostante fosse stato denunciato dai servizi segreti l'infiltrazione della mafia;

·        segnalazioni denunce a tutte le istituzioni competenti, finite anche in Procura e recentemente riconsegnate al Prefetto, giacciono dentro qualche scatolone a prendere polvere, come quelle che hanno inoltrato recentemente anche i Si Cobas;

·        oltre 80 segnalazioni dagli inizi dell’anno 2000 su intermediazione di manodopera, elusioni ed evasioni fiscali inoltrate all’Ispettorato del lavoro modenese che, per competenza vista la natura penale che veniva segnalata, sono state inoltrate per competenza alla Procura di Modena;

·        L’unica istituzione che intervenne seriamente per stroncare l’intermediazione illegale, che si nasconde dietro gli appalti, è la Guardia di Finanza. Degli accertamenti e delle inchieste fatte dalla Guardia di Finanza , nel 2014 e 2015 conosciamo solo i grandi numeri e, nonostante le nostre sollecitazioni, mai nessun nome dei soggetti coinvolti;

·        La Guardia di Finanza intervenne anche negli anni precedenti in molte aziende del territorio modenese, interessante fu l’intervento presso la Castelfrigo nel 2012 in cui si riscontrò l’intermediazione illecita di manodopera; la notizia di reato fu trasmessa alla Procura di Modena, la quale ne chiese l’archiviazione.

·        La Procura di Modena interviene per la prima volta, nel contrasto alla somministrazione di manodopera, ad ottobre 2018 senza nominare quali aziende committenti o appaltatrici sono coinvolte; viene applicata la Legge 199/16 per stroncare il fenomeno del caporalato nei macelli; per la Procura di Modena si tratterebbe dell’unico caso in Italia;

·        Altro rinvio a giudizio di cui non se ne sa ancora nulla è il seguente: a settembre 2016, il PM di Modena Enrico Stefani, chiede il rinvio a giudizio per Gescar (INALCA –  Gruppo Cremonini) per truffa ai danni dello Stato. Dell’udienza preliminare non se ne sa nulla, in ballo ci sono 24 milioni di euro di sgravi contributivi (Jobs Act). Anche questo caso fu segnalato dalla Flai Cgil al Ministro Poletti e ai parlamentari eletti in Emilia Romagna e alle competenti istituzioni.

Continuo ad evidenziare che, la realtà modenese della macellazione e della lavorazione delle carni, è solo la punta dell'iceberg. Nel resto d'Italia la situazione non è migliore.

Mentre per la sezione “lavoro” del Tribunale di Modena e il suo ruolo nel contrasto all’intermediazione illegale di manodopera la situazione non è migliore:

  • I tempi della giustizia sono estremamente lunghi presso la sezione lavoro del Tribunale di Modena, con un numero di giudici non adeguato alla complessità del territorio;
  • Un caso eclatante, in cui erano evidenti e provabili casi di intermediazione illegale di manodopera, riguardava proprio una lavoratrice che è stata dipendente di imprese appaltatrici presso Italpizza. In quella causa si richiedeva il riconoscimento del rapporto di lavoro presso l’azienda committente; il ricorso fu depositato a febbraio 2012 e si è concluso a luglio 2017 perché, la lavoratrice, sfinita dai tempi lunghissimi ha accettato una transazione economica.

Per quanto concerne le attività ispettive, ricordo ancora le seguenti:

  • L’Italpizza fu oggetto di ripetute segnalazioni all’Ispettorato del lavoro per intermediazione illegale di manodopera nel 2003 e nel 2008, ma non ne conosciamo gli esiti;
  • L’Italpizza, nel 2016, fu oggetto di ripetute segnalazioni all’Ispettorato del lavoro, Prefettura, MISE e INPS, per l’inadeguata applicazione contrattuale agli oltre 600 lavoratori in appalto; la risposta, generica, arrivo dopo due anni.

Italpizza, in tutti questi anni che sono passati, nonostante le segnalazioni e la “lentezza” del Tribunale, dell’Ispettorato del Lavoro e della Procura modenese, ha avuto il tempo di appaltare tutto il ciclo produttivo e di farsi certificare l’appalto dalla Fondazione Biagi, ma le imprese appaltatrici, false cooperative o Srl, hanno continuato a chiudere piene di debiti verso lo Stato e il sistema delle banche.

Ovviamente non voglio affermare che Italpizza ne è complice, ma è lo stesso sistema che vediamo anche in altri contesti ed imprese del settore, in appalti che non sono “certificati” o “santificati” politicamente, ma che producono lo stesso risultato: abbattimento del costo del lavoro, maggior competitività con altre imprese del settore. A pagarne le conseguenze, sono sempre le lavoratrici e i lavoratori imprigionati in questo interminabile “gioco dell’oca” degli appalti, ma anche la concorrenza leale fra le imprese, per non tralasciare le ricadute sul piano sociale per l’evasione fiscale e contributiva che si genera con il sistema degli appalti.

Dopo gli interventi effettuati dalla Guardia di Finanza nel sistema degli appalti modenesi posso affermare che gli unici che pagano sono i lavoratori retribuiti con finte trasferte e rimborsi. Pagano i lavoratori coinvolti negli appalti, che nelle continue successioni d’imprese e cambi di appalto vedono ridursi diritti e salario, mentre devono perdere anni per rincorrere il loro TFR presso il fondo di solidarietà dell’Inps. [Per approfondire meglio cliccare sul seguente link]

Inoltre, i continui interventi normativi, come la depenalizzazione del reato di somministrazione di manodopera (Dlgs 8/16) ha incentivato ancor di più il ricorso agli appalti di dubbia legittimità; le successive circolari ministeriali prevedono sanzioni amministrative ridicole che non costituiscono certamente un deterrente: possiamo dimostrare che pagano di più i singoli lavoratori coinvolti negli appalti illeciti, per effetto delle modalità con cui vengono retribuiti (finte trasferte e inesistenti rimborsi) che il committente e l’appaltatore insieme.

Il Decreto “Dignità”, reintroducendo il reato di somministrazione fraudolenta di manodopera, pur essendo politicamente importante, non è sufficiente per stroncare o arrestare il fenomeno del caporalato degli appalti perché rimane sempre depenalizzato dal Dlgs 8/16.

Conclusione

L’attuale degenerazione degli appalti presente nel distretto alimentare modenese, che è solo la punta di un iceberg ben più vasto nel territorio nazionale e per certi aspetti anche peggiore, è il risultato di una ventennale indifferenza delle istituzioni locali e nazionali; comprese le associazioni d’impresa che hanno sempre considerato il sistema degli appalti, fino a qualche anno fa, regolare e rispettoso delle leggi e dei contratti. A nulla sono valse le decine e decine di segnalazioni alle istituzioni competenti (oltre 80) inoltrate dalla Flai Cgil modenese; solo i casi di drammatiche lotte operaie portano, per qualche mese, le istituzioni ad accorgersi del problema del caporalato negli appalti: qualche ordine del giorno, qualche tavolo istituzionale, qualche commissione regionale e qualche interrogazione parlamentare, ma mai un cambiamento normativo radicale che ne consentisse il contrasto.

Ho la sensazione che, la mancanza di volontà politica nell’intervenire sul fenomeno, sia tutta congeniale a mantenere l’attuale sistema più competitivo, dimenticando che si espongono le imprese ad una concorrenza irregolare ed i lavoratori vengono sottoposti a continuo sfruttamento e precarietà. Inoltre, non è trascurabile il pericolo dell’infiltrazione della malavita organizzata che, nel sistema degli appalti, trova occasioni ghiotte per ripulire denaro.

Le lotte e le rivolte nel settore degli appalti di dubbia legittimità, come abbiamo avuto nelle vertenze Alcar Uno, Citterio, Castelfrigo e Italpizza (solo per citarne alcune) se non trovano un’adeguata soluzione legislativa che stronchi ed arresti definitivamente questo fenomeno di sfruttamento dei lavoratori, può degenerare in un “problema di ordine pubblico” che, probabilmente, è quello che qualcuno desidera per non affrontare alla radice il problema degli appalti di dubbia legittimità e il nuovo caporalato che viene generato.

Il fenomeno degli appalti illeciti di manodopera può essere contrastato con modifiche legislative, che non hanno nessun costo economico, ma solo entrate maggiori (la guardia di finanza stima oltre 50 miliardi di evasione d’IVA nel sistema degli appalti ogni anno). Modifiche legislative che possano consentire la concorrenza leale fra le imprese e meno sfruttamento dei lavoratori.

Serve solo volontà e coraggio. Coraggio politico, come quello che ebbero gli amministratori modenesi negli anni ’70 quando imposero uno sviluppo industriale ed economico ambientalmente sostenibile. Ora quel coraggio servirebbe per indirizzare lo sviluppo economico ed imprenditoriale delle nostre imprese verso la compatibilità e responsabilità sociale.

Modena, febbraio 2019

Umberto Franciosi

Segretario Generale Flai Cgil Emilia Romagna

Ps: Se l’Italpizza, cooperative, consorzi coinvolti e persone riconducibili ai fatti citati, hanno qualcosa da ribattere sui fatti che ho riportato possono replicare, i loro contributi verranno pubblicati nel più breve tempo possibile