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False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni

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CHI PAGA PER I "FURBETTI DELLE COOPERATIVE"? I CAPORALI DELLE COOPERATIVE O LE AZIENDE COMMITTENTI?

No pagheranno, per ora, i più sfigati, i meno potenti, quelli che non hanno santi in Parlamento e nemmeno il diritto di voto: gli "schiavi" delle false cooperative!

Da molti anni, l'unica istituzione dello Stato italiano che cerca attivamente di contrastare il fenomeno delle così dette "false cooperative" è la Guardia di Finanza. Solo a titolo esemplificativo riportiamo alcuni articoli dell'anno 2014 in cui vengono accertati oltre 900 posizioni irregolari e nell'anno 2015 848 posizioni irregolari, entrambi i casi nella provincia modenese. In due anni oltre 1700 posizioni irregolari.

Com'è andata a finire in merito agli accertamenti del 2014?

La Guardia di Finanza di Modena colpisce duro le false cooperative [leggi comunicato]. In questo caso s'interviene contestando la genuinità dell'appalto per contestare l'IVA scaricata dalle imprese committenti [leggere passaggio in merito all'IVA]

Come sempre, dai comunicati, non sappiamo mai quali sono le imprese, committenti o appaltatrici coinvolte, ma questa volta, analizzando alcuni bilanci, abbiamo capito di chi si trattava: un famoso salumificio modenese.

L'impresa committente aveva, nel 2014, un volume di affari di quasi 42 milioni di euro, producendo un utile di oltre 2,7 milioni di euro. Una marginalità veramente fuori dal comune, generata da un salumificio con solo 11 dipendenti! Però, lo stesso salumificio, appalta, ad una cooperativa, tutto il processo produttivo. La cooperativa fu fondata oltre dieci anni fa dai soci dello stesso salumificio, compresa la moglie di uno dei titolari; qualche anno fa vennero assorbiti, dalla cooperativa "fatta in casa", i quindici operai ancora alle dipendenze del salumificio committente. Gli undici dipendenti rimasti sono solo gli impiegati. I soci lavoratori della cooperativa, che lavorano in appalto, sono ad oggi cinquanta.

Il costo del lavoro medio dell'impresa committente è di 24 euro/ora, mentre quello della falsa cooperativa appaltatrice è di poco più di 17 euro/ora, uno dei casi più "virtuosi" che abbiamo sino ad ora analizzato. Da evidenziare che il costo del lavoro medio nazionale, nell'industria alimentare, è di 22 euro/ora; mentre per le lavorazioni di facchinaggio, le tariffe pubblicate dalla sede territoriale del Ministero del Lavoro, prevedono almeno 20 euro/ora.

La Guardia di Finanza contestò la genuinità dell'appalto (come si evince anche dal comunicato stampa), considerandolo come una mera prestazione di manodopera, considera l'IVA evasa, la richiede indietro ed elargisce la relativa sanzione.

L'impresa committente, cioè il salumificio sanzionato, richiede indietro l'IVA versata alla (sua) cooperativa appaltatrice e la versano all'erario, insieme alla sanzione di 292.000 euro. La cooperativa appaltatrice, a sua volta, richiede indietro all'erario l'IVA precedentemente versata, per poi girala all'impresa committente.

Il risultato: l'IVA gira nei bilanci e diventa una "partita di giro", il committente se la cava con una sanzione da 292.000 euro, che può pagare in comode rate, e l'appalto è ancora lì. Una sanzione così, per produrre utili annuali da quasi 3 milioni di euro, con la probabilità di essere controllati ogni venti anni non è certo un utile strumento per contrastare le false cooperative che operano negli appalti illeciti.

 

Com'è andata a finire in merito agli accertamenti del 2015?

In seguito agli accertamenti dell'anno 2015, dalla fine di luglio 2016, a decine di soci lavoratori stanno arrivando questi accertamenti fiscali da parte dell'Agenzia delle Entrate [leggi]. Per il solo anno 2011 viene accertato questo importo [leggi]: 4.600 euro. Quell'importo è relativo  al solo anno 2011, oggetto della verifica sono anche gli anni successivi, da quanto ci è dato di conoscere, quindi potrebbe diventare cinque volte tanto, se si considerano anche gli anni successivi; mentre, nel frattempo, la cooperativa ha cambiato nome due o tre volte, mettendo a capo della cooperativa dei "presta nome" immigrati e, l'amministratore unico di allora, non ha più nulla che possa essere "aggredito" dal punto di vista patrimoniale.

L'impresa committente si può tranquillamente tirare fuori dalle sue responsabilità, perchè dimostrerà di aver pagato quanto dovuto per i servizi prestati dalla falsa cooperativa appaltatrice, tanto nessun organo dello Stato andrà a verificare se il compenso economico erogato era quello giusto per garantire, ad un'impresa appaltatrice, la sussistenza economica, cioè il rispetto della legalità (applicazione dei contratti di lavoro, per le ore effettivamente lavorate con relativo versamento di contributi e tasse allo Stato).

Quella sussistenza economica, a mio modesto parere, è quella che consentirebbe di dimostrare l'effettiva autonomia imprenditoriale nell'assumersi, con l'organizzazione dei mezzi necessari, lo svolgimento dei servizi oggetto dell'appalto. Qualcuno, committente e appaltatore, dimostri che questo è possibile, quando dai bilanci delle imprese appaltatrici si determinano dei costi del lavoro medi come abbiamo più volte segnalato [leggi per approfondire].

La falsa cooperativa, oggetto dell'accertamento sopra evidenziato, riguardava la cooperativa Eurocoop, poi diventata Evolution che lavorava in appalto presso le aziende Alcar Uno di Castelnuovo R. (MO) e Globalcarni di Spilamberto (MO). In quelle cooperative lavoravano, come soci lavoratori, in oltre 200. C'è da presumere che tutti abbiano ricevuto lo stesso accertamento ma, da quanto abbiamo appreso dalla conferenza stampa della Guardia di Finanza di inizio 2016, potrebbero essere quasi 900 gli accertamenti inviati.

Prendiamo, come esempio, le 200 posizioni della cooperativa Eurocoop, poi diventata Evolution, considerando una media di 3.000 euro accertati per ogni anno, per gli anni 2011, 2012, 2013, 2014 e 2015 il calcolo è il seguente: 3.000 x 200 x 5 = 3 milioni di euro di IRPEF evasa, poi si dovranno aggiungere i contributi INPS che si dovranno pagare e l'eventuale ricalcolo degli assegni familiari. Abbiamo preso un esempio medio, ma gli importi che si potrebbero determinare potrebbero essere anche maggiori se venissero contestate queste evasioni fiscali di oltre 1.000 euro al mese (esempio di busta paga "tipo" di una cooperativa che lavorava in appalto all'interno della Castelfrigo).

Se quegli appalti venissero considerati non legittimi, ma questo non è dato ad oggi saperlo, ci troveremmo dinnanzi al reato della somministrazione illegale di manodopera, sanzionata con un'ammenda pari a 50 euro al giorno per ogni lavoratore, così come previsto dall'art. 18 del Dlgs 276/03, pesantemente modificato dal Jobs Act. L'ammenda è un reato di natura penale. Quindi per ogni anno la sanzione che si potrebbe determinare è pari a: 50 euro (per ogni lavoratore) x 250 giorni (giornate lavorabili in un anno) x 200 lavoratori = 2.5 milioni di euro per un solo anno che dovrebbe pagare il committente, ma anche l'appaltatore.

Però, dal 6 febbraio 2016, entrano in vigore le norme di depenalizzazione introdotte dal il decreto legislativo n. 8 del 15 gennaio 2016. La norma che è anche retroattiva, quindi interviene anche per gli anni passati, compreso il nostro caso e, fra i tanti interventi, trasforma in illeciti amministrativi i reati della somministrazione di lavoro abusiva, utilizzazione illecita, appalto e distacco illeciti. La tutela penale lascia il posto alle sanzioni amministrative per effetto della nuova depenalizzazione.

Nella somministrazione abusiva di manodopera e negli appalti illeciti opererà, quindi, la sanzione amministrativa pari a 50 euro per ogni lavoratore occupato e per ciascuna giornata di occupazione. Per effetto della depenalizzazione, ripreso anche con tanto di specifico esempio anche dalla recente nota 15764 del 9 agosto 2016, la sanzione non potrebbe superare i 50.000 euro e, se viene pagata subito, per effetto dell’Art. 16 Legge 689/1981, si ridurrebbe di un terzo, cioè 16.667 euro! Ma non è tutto, la stessa nota ci tiene a precisare che il limite della sanzione vale per tutto il sito, quindi tutte le imprese appaltatrici coinvolte, compreso il committente.

Nel nostro caso ipotetico, da 5 milioni di sanzione penale, per ogni anno per il committente ed altrettanti per l'appaltatore, si passerebbe a meno di 17.000 euro totali di sanzione amministrativa per ogni sito produttivo in cui è avvenuto l'appalto illecito nel corso degli anni, contro i 15.000 euro medi che si troverebbero a pagare ogni socio lavoratore coinvolto in quello stesso appalto!

Conclusione

Ci sono istituzioni dello Stato che fanno il loro lavoro con precisione e scrupolo, cercando di far rispettare le leggi della nostra Repubblica, per garantire la libera concorrenza fra imprese, ma c'è anche chi smonta, svilisce e depotenzia quel lavoro con scelte politiche precise, con una "precisione chirurgica" che fa legittimamente nascere qualche sospetto, come se si volesse sostenere una lobby ben precisa.

I lavoratori che stanno ricevendo gli accertamenti non possono diventare una lobby, hanno poche risorse per finanziare campagne elettorali e non hanno nemmeno il diritto di voto, non tutti erano consapevoli di cosa volesse dire "trasferta italia" o "rimborsi spese", anche se lo erano avevano ben poche scelte: se volevano lavorare dovevano accettare quelle condizioni retributive, altrimenti erano cacciati fuori dalla cooperativa o non lavoravano per giorni. Questo accade e accadeva fra gli sfruttati delle false cooperative, questo è quello che stava anche alla base delle ragioni della vertenza Castelfrigo.

Mentre arriveranno atri accertamenti dall'Agenzia delle Entrate continuerà a crescere la consapevolezza di questi lavoratori, capiranno che c'è chi ha fatto soldi a palate in questi anni, con i furbetti degli appalti e delle cooperative, ma solo a loro verrà presentato il conto.

Qualcuno, sicuramente, non accetterà di pagare e le responsabilità di quanto accadrà saranno ben distribuite fra i tanti che sanno e fanno finta di non vedere, tra i tanti che possono fare e non fanno e fra i tanti che ritengono che questo sia un modello competitivo da salvaguardare e da difendere.

Lo ripeto, per l'ennesima volta, con queste illegalità, con questi enormi spazi di manovra, per eludere fisco, previdenza, applicazioni contrattuali e diritti dei lavoratori si espone tutto il settore ad infiltrazioni criminogene di tutte le specie. Qualche esempio, ovviamente caduto volutamente nel dimenticatoio, lo abbiamo avuto anche nel passato [leggere per non dimenticare].

Agosto 2016

 

Umberto Franciosi

Segretario Generale Flai Cgil Emilia Romagna