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False cooperative, appalti illeciti, caporalato e somministrazione illegale di manodopera nel settore della macellazione, lavorazione e trasformazione delle carni


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QUANDO, NEGLI APPALTI, I CONTI NON TORNANO!

QUANDO UN APPALTO NON E’ GENUINO ED INQUINA LA CONCORRENZA LEALE, PEGGIORA LE CONDIZIONI DEI LAVORATORI CON POSSIBILI RICADUTE SULL’ORDINE PUBBLICO E LA COESIONE SOCIALE

In queste poche righe dimostriamo come, attraverso un appalto, tramite Consorzi che poi affidano a cooperative ad esso consorziate fasi del processo produttivo, si è in grado di dimezzare il costo del lavoro generando conseguenze pesantissime sui lavoratori e creando delle condizioni di forte concorrenza sleale alle imprese delle stesso settore. Tutte condizioni che, già dall'anno 2006, anno di nascita di questo sito, abbiamo denunciato. Tutte condizioni che la FLAI CGIL di Modena ha segnalato, denunciato pubblicamente e alle competenti istituzioni negli ultimi quindici anni.

I dati che riportiamo in questa analisi sono verificabili alla Camera di Commercio e sono tutti relativi all'occupazione, al costo del lavoro e al valore della produzione nell'anno preso a riferimento. Le valutazioni e i conteggi che vengono qui riportati possono essere pubblicamente discussi e comparati con le valutazioni, gli interventi e le eventuali dichiarazioni dei soggetti che vengono menzionati. Chi, per qualsiasi ragione, ritenesse errate le valutazioni e le analisi qui riportate può inviarci il suo contributo, il quale verrà integralmente pubblicato. Potete scrivere a info@nuovocaporalato.it.

 

 

Caso delle committenti Alcar Uno e Globalcarni e le appaltarici cooperative Evolution e Log Man

Prendiamo come primo esempio l'ALCAR UNO di Castelnuovo Rangone (MO) e la sua controllata GLOBALCARNI di Spilamberto (MO) aziende leader nel settore della lavorazione delle carni suine, in particolare delle cosce estere. Nel 2013, entrambe le aziende, hanno realizzato un fatturato di oltre 467 milioni di euro.

Verificando il Bilancio economico 2013 dell'ALCAR UNO e analizzando le voci del “Costo del lavoro” determiniamo un costo del lavoro medio per dipendente pari a 27,48 euro/ora (nel 2013 i dipendenti erano 153), mentre per la GLOBALCARNI, sempre con gli stessi parametri di calcolo, il "Costo del lavoro", nel 2013, è pari a 25,00 euro medi all'ora per dipendente. Da evidenziare che per entrambe le aziende il costo del lavoro incide, sul totale dei ricavi, per il 2,5%. Percentuale tra le più basse fra le imprese nel settore della macellazione.

Presso l’ALCAR UNO e la controllata GLOBALCARNI operano, tramite appalti, le cooperative Evolution e Log Man. Cooperative di cui ci siamo abbondantemente occupati in questo sito che, con i suoi 428 soci lavoratori, media dell'anno 2013, quasi tutti immigrati extracomunitari, operano quasi esclusivamente per le due imprese committenti sopra menzionate. Cooperative che applicano il contratto di lavoro della "Logistica e Trasporti", in quanto formalmente facchini, ma di fatto impiegati nelle attività del ciclo produttivo a rifilare e disossare cosci suini che provengono da mezza Europa.

La cooperativa Evolution che, sempre nel 2013, contava 202 soci lavoratori ha un “costo del Lavoro” medio di 13,55 euro/ora. Stessa cosa si può affermare per la cooperativa Log Man il cui “Costo del Lavoro” medio è stato determinato a 13,58 euro/ora, con 226 soci lavoratori nel 2013.

 

Il “Valore della produzione”, cioè il compenso per tutti i servizi effettuati nel 2013, dichiarato dalla cooperativa LOG MAN, è pari a 6.915.583 euro, rapportati ai 231 soci lavoratori per 2016 ore lavorative annuali, ipotizzando che tale denaro potesse essere impiegato tutto per il pagamento dei salari e dei contributi, il risultato è di 15,18 euro/ora.

Il “Valore della produzione”, per l’anno 2013, dichiarato dalla cooperativa Evolution, è pari a 6.666.275 euro, rapportati ai 202 soci lavoratori per 2016 ora lavorative annuali, in questo caso il risultato è di 16,37 euro anno.

Trasformare tutto il “Valore della Produzione” in denaro per pagare gli stipendi e i contributi è un azzardo contabile per dimostrare che, anche così, siamo ampiamente al di sotto del costo del lavoro previsto dalle tabelle ministeriali per le attività di facchinaggio, le quali prevedono un costo non inferiore ai 20 euro/ora.

 

 

 

 

 

 

 

Caso del committente INALCA (Montana) del Gruppo Cremonini e Consorzio Euro 2000

INALCA SPA, meglio conosciuta, come Montana del gruppo Cremonini, azienda leader nel settore della macellazione bovina, in Italia ha tre impianti produttivi: Castelvetro di Modena, Ospedaletto Lodigiano (Lodi) e Rieti. Le vicende del rapporto fra INALCA e Consorzio Euro 2000 sono riportate in questo sito.

In questa pagina, come per ALCAR UNO e GLOBALCARNI, ci limitiamo a verificare il costo del lavoro dell'appaltatrice Consorzio Euro 2000. E' bene ricordare che, anche in questo caso, il rapporto fra INALCA e Consorzio Euro 2000 era "mediato" dalla GESCAR SRL, azienda i cui soci erano la stessa INALCA e il Consorzio Euro 2000. Oggi possiamo dire che è finita un'era, perchè, anche in questo caso, i conti non tornano. Era l'era "dell'appalto perfetto"! Così veniva definito prima dell'avvento del Jobs Act a della legge di stabilità 2015.

Il Consorzio Euro 2000, nel 2014, contava mediamente 921 addetti ed aveva un "costo del lavoro" medio di 17,24 euro/ora. Se il rapporto viene fatto sul "valore della produzione" , oltre 35 milioni di euro, cioè ipotizzando che tutto ciò che costituisce ricavo viene utilizzato per pagare gli stipendi dei soci, il risultato sarebbe di 19,24 euro/ora.

INALCA, per i suoi dipendenti, ha un costo del lavoro che supera i 24 euro/ora. Il costo del lavoro medio nell'industria alimentare è di 22 euro / ora. Anche in questo caso, come in quello di ALCAR UNO e GLOBALCARNI, siamo abbondantemente sotto le tariffe previste dal facchinaggio e a quelle dell'industria alimentare.

Nel caso del Consorzio Euro 2000 erano previsti stipendi che, per alcune professionalità, come nel caso dei disossatori, andavano oltre i 2.000 euro netti e, per costoro, il costo del lavoro sarebbe dovuto essere di almeno 36 euro/ ora. Mentre per applicare correttamente il contratto dell'industria alimentare, senza nessun incentivo e senza premi, come veniva formalmente applicato ai altri soci lavoratori del Consorzio Euro 2000, quelli che svolgevano mansioni con minor contenuto professionale, il costo del lavoro doveva essere di almeno 19,50 euro/ora medi.

Al Consorzio Euro 2000, la FLAI CGIL, non abbiamo mai risparmiato nulla. Bisogna però evidenziare che, nel corso di questi anni, in molti appalti di minore entità, se paragonati a quelli presenti negli stabilimenti INALCA, il Consorzio ha perso le commesse perchè sostituito da altre false cooperative che hanno praticato prezzi più bassi. Ovviamente, visto che il "mercato" degli appalti di manodopera offre "ribassi" fino a 13/14 euro ora anche una cooperativa come il Consorzio Euro 2000 viene messa fuori mercato e il risultato, come spesso accade, è quello della liquidazione. Scenario che abbiamo già visto, come nel caso del crack Powerlog, con tutte le cooperative ad esso consorziate. Ovviamente, nel caso della rottura del quindicennale appalto fra INALCA e Consorzio, che stiamo già abbondantemente trattando in questo sito, potrebbe essere condizionato dalla possibilità d'accesso agli sgravi contributivi previsti nella Legge di stabilità 2015.

Quando tornano i conti

Nei casi che abbiamo analizzato, che possono essere identici a quelli previsti anche in altre imprese del distretto alimentare modenese, ma anche di tutta Italia, abbiamo dimostrato come, attraverso questi discutibili appalti di manodopera, si è in grado di dimezzare il costo del lavoro rispetto a quello che si deve pagare per i propri dipendenti.

Un costo del lavoro che è comunque più basso dell’applicazione integrale del contratto della logistica e trasporti (19 euro medi all’ora) o dell’applicazione del contratto dell’industria alimentare, senza premi, incentivi o scatti di anzianità al quinto livello (20 euro all’ora medi). Comunque sempre abbondantemente inferiori alla media del costo del lavoro medio nel settore dell'industria alimentare (22 euro).

Come già evidenziato, visto che stiamo trattando di appalti con imprese di facchinaggio, formalmente inquadrate per fare attività di facchinaggio, le tariffe del Ministero del lavoro fissano a 20 euro/ora il costo del lavoro. Queste tariffe considerano tutte le incidenze assicurative, previdenziali, compreso quelle per la sicurezza sul lavoro.

Sappiamo bene che stiamo analizzando imprese cooperative in DPR 602/70 che, ancora oggi, mentre tutti si sperticano ad affermare "lotta dura contro le false cooperative", godono di qualche punto percentuale in meno di contributi previdenziali, rispetto le altre imprese. Ma quel beneficio contributivo non giustifica quella differenza di costi.

La FLAI e la FILT CGIL hanno chiesto spiegazioni alle dirette interessate, ALCAR UNO e GLOBALCARNI, per capire se queste analisi economiche sono errate, ma anche per conoscere quanto le imprese committenti riconoscono alle appaltatrici. Infatti, verificando i bilanci, non siamo in grado di poter capire quanto viene fatturato per quell'appalto. Restiamo in fiduciosa attesa di risposte.

La "genuinità" dell'appalto e il "coniglio che esce dal cilindro" che si chiama "certificazione".

Dopo l'introduzione del Decreto Legislativo 276/03 e le sue continue modificazioni definire un appalto illegittimo, o provare che siamo dinnanzi a casi di somministrazione irregolare di manodopera, è assai più complicato rispetto al passato. Infatti, anche nei casi di sola organizzazione della forza lavoro da parte di un impresa appaltatrice, senza troppi mezzi materiali, strumenti e attrezzature a disposizione, è possibile considerare quell'appalto legittimo.

Nei casi, fin qui descritti, dovrebbero però dimostrare come sia possibile, con quel costo del lavoro, poter svolgere un'attività imprenditoriale? Come potrebbero dimostrare che con poco più di 13 euro medi di costo del lavoro si può rispettare l'art. 29 del Dlgs 276/03, laddove si menziona il rischio d'impresa? Che rischio ci può essere? Con quale coraggio si può definire "impresa" chi dichiara un costo del lavoro simile?

Non ci vengano a dire che i soci lavoratori non fanno otto ore al giorno, perchè tutti sanno che, questi lavoratori, vanno anche oltre le dieci ore al giorno. Come fanno? Con buste paga dove si dichiarano meno ore ordinarie, rispetto quelle previste in un normale mese di lavoro, con contestuale forte presenza di rimborsi e trasferte esenti da prelievo fiscale e contributivo. Ovviamente tutte situazioni ampiamente segnalati alle istituzioni competenti.

Come si stanno attrezzando le imprese del settore per dimostrare che l'appalto è genuino? Semplicemente lo certificano con uno degli Enti che la legge riconosce come certificatori. Abbiamo letto una certificazione che inizia così: "Si certifica il modello, ma non la sua esecuzione". Abbiamo letto infinite pagine che nel dettaglio spiegano come, le imprese appaltatrici, sono autonome dall'impresa committente, descrivono dettagliatamente le fasi del processo produttivo con dovizia di particolari, ma non una parola sul contratto di lavoro applicato dalle imprese coinvolte dalla certificazione. Eppure dovrebbe essere un aspetto molto semplice da verificare, basterebbe prendere il contratto nazionale della logistica e trasporti, ampliamente utilizzato dalle false cooperative, e verificare se, tra le attività previste, è compreso il disosso delle carni, la rifilatura, la produzione di salumi ecc... Rispondiamo subito: non c'è nulla, nella sfera di applicazione di quel contratto, che preveda quelle mansioni.

Nelle svavillanti certificazioni non si menziona nemmeno il contratto nazionale dell'impresa committente (industria alimentare) che, nel suo art. 4 si vieta la possibilità di appalto e, laddove siano possibili, impegna il committente a verificare che i compensi riconosciuti siano sufficienti a rispettare i contratti di lavoro e le normative previdenziali ed assistenziali.

 

Concorrenza sleale

Ci sono imprese, anche in questo settore, che rifiutano di applicare una simile organizzazione del lavoro che va oltre il lecito o quanto previsto dalle leggi e dai contratti. Ma quanto potranno resistere queste imprese? Quanto questo distretto potrà reggere? Tute analisi e valutazioni, fatte oltre otto anni fa e che sono ancora terribilmente attuali.

Molte di queste imprese che utilizzano questi appalti giustificano una simile organizzazione del lavoro per "esigenze di flessibilità"! Caspita che flessibilità, nemmeno Marchionne riuscirebbe ad ottenerne di così tanta, compreso un abbattimento del costo del lavoro che va oltre il 40%!

Mentre la flessibilità dei lavoratori è totale: SMS alle 22.00 per comunicargli quando deve iniziare il lavoro al mattino successivo, spesso alle 4 o alle 5; sanno l'orario d'entrata al lavoro, ma non quando ne usciranno. Oltre agli orari di lavoro: senza integrazione o pagamento della carenza di malattia e infortunio, senza mensa, senza lavaggio degli indumenti, anzi lo devono pure pagare. Se qualcuno osa ribellarsi, esplicitare una lamentela, rivolgersi al sindacato per chiedere spiegazioni o per rivendicare un diritto, il "caporaletto etnico" interviene e, d'imperio, lascia a casa per qualche giorno, senza retribuzione, colui che ha osato alzare la testa!

Nuovi schiavi, intruppati in etnie, che subiscono gli sfoghi, le collere e le frustrazioni dei loro caporali, spesso della stessa etnia. Ordini impartiti con la "benedetta" certificazione dell'appalto che sancisce l'autonomia dell'impresa! Sì perchè, al di là dei conti che non tornano, è sufficiente che le false cooperative dimostrino l'autonomia organizzativa nello svolgimento della loro attività lavorativa, poco importa se il "caporaletto etnico" fa solo da "passaparola" del capo dell'impresa committente!

 

La coesione sociale

La tensione cresce all'interno di queste false cooperative, tanto che può essere anche opportunisticamente utilizzata, come nel caso della rivolta di qualche settimana fa, l'attuale silenzio e assenza di scioperi o blocchi stradali conferma l'analisi che abbiamo fatto.

La tensione, però, cresce anche fra i dipendenti dell'impresa committente e quelli delle imprese appaltatrici, per le differenze di trattamento di stipendio, di diritti come ad esempio l'accesso ai servizi comunali, assegni familiari o agevolazioni fiscali.

Perchè? Semplicemente per la forte presenza di retribuzione che non viene tassata. Questo permette di presentare dei redditi bassi, ottenere gli assegni familiari con importi più alti, ottenere il "Bonus Renzi", ottenere l'accesso alle graduatorie per case popolari, asili ecc.... Ecco che si compromette la coesione sociale che da anni stiamo denunciando come FLAI CGIL, ma che, anche chi ha il potere politico locale, non sembra affrontare con la necessaria decisione e determinazione.

Tanto per fare un esempio riportiamo un pezzo di busta paga di un socio lavoratore di una nuova cooperativa che sta per ottenere la certificazione [leggi], il cui netto è di 2.328 euro, comprendendo anche i ratei di 13^, 14^ e TFR. Importo ottenuto con 136 lavorate, su 168 medie contrattuali, e oltre 700 euro di denaro esente da tassazione previdenziale e fiscale.

ECCO, CON BUSTE DEL GENERE I CONTI TORNANO SICURAMENTE PER COMMITTENTE E APPALTATORE, MA NON PER LA SOCIETA' E LE IMPRESE CHE VOGLIONO COMPETERE RISPETTANDO LEGGI E CONTRATTI.

Se non s'interviene tutti insieme, ognuno assumendosi le proprie responsabilità, in base al ruolo che occupa nella nostra società, uno dei distretti più importanti dell'economia italiana corre il rischio di essere seriamente compromesso.

A conferma di quanto sin qui riportato vi consigliamo di leggere il comunicato stampa della Guardia di Finanza, di esattamente un anno fa, unica istituzione che in questo putridume sostenuto da troppa indifferenza e omertà, sta facendo qualcosa in questo settore

Bologna, 10 agosto 2015

 

Umberto Franciosi

Segretario FLAI CGIL Emilia Romagna

 

10 AGOSTO 2015. LETTERA APERTA DELLA FLAI CGIL EMILIA ROMAGNA AL MINISTRO POLETTI E GUIDI, IN MERITO ALLA CONCORRENZA SLEALE CHE SI STA GENERANDO CON L'IMPIEGO DELLE FALSE COOPERATIVE NEGLI APPALTI